Il Tirreno

Grosseto

In caserma ha confessato. I vicini sotto choc: ogni tanto li sentivamo litigare

«Ho ucciso mio padre»

Federico Lazzotti
«Ho ucciso mio padre»

Ha massacrato l'anziano poi ha chiamato i carabinieri

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PITIGLIANO. «Ho appena ucciso mio padre, venite a casa a prendermi. Vi aspetto». Non sono ancora le 1,30 di sabato notte quando alla centrale del 112 arriva la telefonata di Mauro Bianchi, 44 anni, una vita divisa tra la casa dove abita con il padre nella zona del paese nuovo, a Pitigliano, il bar della piazza che frequenta con un gruppetto di amici e l'ospedale di Orbetello dove da dieci anni è in cura per problemi psichiatrici.  Secondo gli investigatori sono passati pochi minuti tra l'omicidio e quella telefonata.

Per l'assassino la notte della confessione inizia quando i militari entrano nell'appartamento al terzo piano dello stabile di via Baldini 43, dodici porte in legno troppo vicine per non sentire.  «Quando siamo arrivati era seduto sul balcone, ci ha aperto la porta vestito come se dovesse uscire: indossava una maglietta, pantaloni e poi un paio di sandali con i calzini». Una normalità solo apparente, perché l'orrore dell'omicidio del padre Alduino, 78 anni, ex operaio in pensione, era dietro la porta della camera da letto matrimoniale.  «Sì l'ho ucciso - ha ripetuto l'uomo consegnando anche l'arma del delitto, un coltello da cucina - finalmente ce l'ho fatta, è stata una liberazione, adesso mi sento sollevato». 

Con gli inquirenti, Mauro Bianchi ha cercato di ricostruire la sua notte di follia e quello che lo aveva portato a prendere un coltello dal cassetto della cucina, percorrere il corridoio, aprire la porta della camera dove dormiva il padre e colpire per quindici volte, nonostante l'anziano, dopo i primi fendenti, abbia cercato di difendersi alzando un braccio in segno di resa. «Da piccolo - ha sussurrato in caserma in attesa di essere trasferito nel carcere di Grosseto - mi toglieva sempre i giocattoli per punirmi». Quello che emergerebbe dal suo racconto è di un padre padrone con il quale gli screzi erano all'ordine del giorno. Forse qualcosa in più spiegherà davanti al giudice durante l'udienza di convalida che dovrebbe svolgersi questa mattina o al massimo domani.  Decine le telefonate raccolte negli ultimi anni dai carabinieri di Pitigliano per presunte liti nell'appartamento, ma tutto sarebbe sempre finito lì, senza denunce o strascichi giudiziari. 

«È vero - confermano i vicini - spesso sentivamo delle urla dall'appartamento, imprecazioni e strani rumori. Ma ultimamente la situazioni si era addirittura calmata». La furia omicida, invece è scoppiata tra le una e le una e trenta di sabato notte. «Sono rientrata a casa verso le undici e mezzo - spiega Veronica, vicina di casa della famiglia - mi sono messa sul divano e mi sono addormentata. Non ho sentito nessun rumore strano, niente di niente. Mi hanno svegliato i carabinieri verso le tre dicendomi quello che era successo».  Qualcosa in più ha sentito la famiglia Colonnelli che abita al primo piano. «Verso le una c'è stato qualche colpo - raccontano - ma sembravano passi più pesanti del solito. Poi abbiamo visto arrivare l'ambulanza e i carabinieri». La confessione dell'assassino era appena cominciata.

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