La manifestazione
Appello di don Franco: «Tutti a caccia del proprietario se non vogliamo bloccare il progetto della rampa»
La colonna cerca il suo padrone
Elisabetta Giorgi
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DUOMO. A destra della facciata, la colonna di cui si ignora il proprietario La Curia si rivolge agli enti pubblici: «Chi ha notizie si faccia avanti»
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GROSSETO. «Pronto, sono don Franco e vorrei chiedervi aiuto». È un bel sabato di sole e sono le 10 del mattino quando telefona monsignor Franco Cencioni preoccupato per le sorti della sua casa (il Duomo), e di un dirimpettaio illustre ma invecchiato (una colonna romana) che sta creando fastidi al progetto della rampa per disabili. La Soprintendenza, anzi, le tre Soprintendenze chiamate in causa non hanno approvato il progetto scelto dalla commissione e hanno chiesto di rivedere la posizione della colonna. Ma c'è mistero sul proprietario, che sia Provincia, Comune, Stato o Diocesi. Nessuno sa niente, e senza proprietario la colonna non si sposta. Se la colonna non si sposta la rampa non si fa. Perciò quest'orfano di padre rischia di trasformarsi in un caso esemplare di burocrazia "alla maremmana", in cui i disabili continueranno a starsene al palo finché non si sarà sciolto (chissà quando) il pasticciaccio anagrafico. Solo la Curia, dal canto suo, ha deciso di incamminarsi sulle onde di questa memoria perduta. «Di chi è la colonna e chi l'ha messa davanti alla cattedrale? Vorrei sapere - chiede don Franco - se negli annuari del Tirreno qualcuno di voi può risalire al 1966 quando pare sia stata spostata dov'è ora, com'è scritto nel basamento». La caccia al tesoro è partita, ma si rivelerà presto un nascondino, un grattacapo grottesco. Don Franco ha smosso mari e monti e chiesto informazioni a un tourbillon di esperti. Anche l'intellighenzia storica di Grosseto si muove ma serve collaborazione. I destinatari dell'appello sono cittadini, intellettuali e fotografi («chi sa qualcosa si faccia avanti»), ma soprattutto enti pubblici (Comune e Provincia) e Soprintendenze: «Ognuno cerchi il proprietario». Come ultima labilissima traccia temporale, Cencioni cita il 1966 che è la data riportata nel basamento per ricordare il bicentenario della Provincia. «In quell'occasione il monumento fu messo lì, ma da chi?». Per la verità a Olivia Bruschettini (responsabile dell'ufficio beni culturali della Diocesi) risulterebbe un'altra data, che è il 1961, ma le ricerche sono in corso. E infatti, dice lei, «ho già scomodato Comune e Provincia che si sono attivati per reperire notizie. Intanto invito gli studiosi a spedire notizie utili alla mia mail: oliviabi@gmail.com, ma chiedo la massima precisione: no a leggende metropolitane del tipo "ho sentito che....", ma solo citazioni rigorose di testi e notizie puntuali». Notizie che - spiega - potrebbero arrivare anche da super esperti d'archeologia come Marcella Parisi, Carlo Citter o Gaetano Prisco, o «Tamara Gigli, storica brillante e vero segugio per le notizie». Chiamiamo dunque il "segugio", anche se per una volta ci sentiremo rispondere che no, «purtroppo non so niente di questa colonna, e l'Archivio di Stato è chiuso». Dice comunque cose preziose: «c'è un libro di Annarosa Garzelli sul Duomo di Grosseto o "Briciole di storia" della casa editrice Innocenti, pieno di vecchie foto...» E allora tutti in cerca di foto e documenti per dare la caccia a questo tesoro nascosto, che affonda nelle sabbie mobili del passato. «Dal vescovo e dalle Soprintendenze c'è totale apertura alla soluzione del caso», conclude don Franco augurandosi «di raccogliere qualunque soluzione positiva». A meno che non si voglia scomodare l'asino di Buridano, l'apologo del somaro che morì perché non seppe scegliere in quale campo pascolare.
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