Il Tirreno

Grosseto

L'ultimo volo dell'elicotterista sorridente

Francesca Gori
<strong>LA VITTIMA.</strong> Massimo Alocci
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LA VITTIMA. Massimo Alocci

Ha fondato la sezione di Capalbio della Racchetta, aperta un'inchiesta

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ORBETELLO. Massimo Alocci, il pilota di elicottero morto nel trevigiano due giorni fa, dalla passione per il volo era stato contagiato all'Argentario. Sapeva bene, il trentaseienne di Santa Liberata, cosa voleva dire alzarsi in volo, tirare i muscoli sulla cloche, distendere i nervi e concentrarsi. Sapeva che il suo era un lavoro fuori dal comune, ma sapeva anche farlo bene.

Ieri, nella sede dell'associazione La Racchetta a Capalbio, non si parlava d'altro. Massimo, quella "base" l'aveva voluta con tutto se stesso. Era stato uno dei fondatori, lui, 8 anni fa. Giuliano Capitani, responsabile della sezione capalbiese della Racchetta, Alocci lo ha visto appena un mese fa. L'antincendi boschivo era una delle grandi passioni di Alocci. Aveva preso il brevetto per domare le fiamme. Voleva volare. Lo ha fatto. Poi quella passione è diventata un lavoro che lo aveva portato lontano da Santa Liberata dove c'è la sua famiglia. Il lavoro lo ha portato su quelle colline venete dove due giorni fa si è schiantato al suolo con il suo elicottero, che probabilmente ha toccato dei tralicci dell'elettricità. «Quando abbiamo saputo quello che è successo siamo rimasti di sasso - dice Capitani - perché Massimo era uno di noi. Era sempre disponibile, quando era in zona, per dare una mano all'associazione. Credeva in quello che faceva». Un pilota vero, serio. Ma anche un uomo sempre con il sorriso stampato sul volto.

«Scherzava su tutto - ricorda - rideva spessissimo, ed era un piacere anche uscire in servizio con lui». Avvistamenti, incendi domati. Poi l'assunzione in quell'azienda per irrorare di fitofarmaci le vigne del prosecco. La procura ha aperto un'inchiesta, un'altra invece la condurrà l'Enac. Sott'accusa i cavi dell'alta tensione, toccati dalle pale dell'elicottero di Alocci. Non sarebbero stati opportunamente segnalati con palloncini rossi. «Conoscevo Massimo da poco, ma si vedeva subito che aveva grande passione per il suo lavoro e che era un pilota esperto - dice Walter Marsura, presidente del consorzio del prosecco - Non so se l'Enel abbia delle responsabilità per non aver segnalato meglio quei cavi elettrici, certamente il pilota sapeva della loro presenza. Forse ha avuto un momento di disattenzione e non si è ricordato». A Cison, sulle colline trevigiane, c'è chi ha sostenuto che Alocci fosse un po' spericolato. «Non è assolutamente così - taglia corto Marsura - svolgeva il suo lavoro ottimamente. La verità è che con il vento ed il sole che abbaglia, non è facile vedere i cavi mentre si è in volo. È come guidare con la nebbia, gli ostacoli si vedono solo alla fine, quando spesso è ormai troppo tardi».

Sabato mattina, quando l'elicottero di Alocci è precipitato, la notizia è rimbalzata a Orbetello. Il babbo Andrea è salito in auto e si è precipitato a Pieve di Soligo, dove Massimo si era trasferito da poco. Ora gli amici e i volontari della Racchetta lo aspettano per dirgli addio. Ancora non è stato deciso quando la salma di Alocci sarà trasferita in Maremma. Quella che aveva sorvolato tante volte e che ora lo abbraccerà di nuovo per l'ultima volta.

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