Finanza
Funzionari pubblici condannati a risarcire
Gabriele Baldanzi
Sentenza choc della Corte dei Conti per le quote fantasma: devono 450mila euro a testa
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GROSSETO. Nel 2001, e poi di nuovo nel 2006, una ventina di persone, in due diverse inchieste delle Procure di Brindisi e Bari, furono indagate e arrestate con accuse gravissime: associazione per delinquere finalizzata alla truffa a danno di privati, truffa aggravata, peculato e falso. Le inchieste avevano nel mirino il mondo del vino. Una mezza dozzina di aziende maremmane, anche molto prestigiose, ci finirono in mezzo come vittime. Ora la Corte dei Conti ha chiuso l'ultimo capitolo del filone brindisino (quello barese è ancora aperto) condannando un dipendente dell'Ispettorato provinciale dell'agricoltura di Brindisi e tre soggetti privati (in concorso tra loro) a un risarcimento astronomico nei confronti dell'erario: 451 mila euro a testa più rivalutazioni e spese legali. Queste persone avevano prima beneficiato (illegittimamente, non possedendo alcun terreno) di premi di abbandono ai sensi dei Regolamenti Cee; quindi avevano venduto centinaia di ettari di vigneti inesistenti (nella nostra provincia una settantina) a decine di aziende vitivinicole, ignare della truffa, ricavandone somme rilevanti, reato andato in prescrizione. Colpa della cosiddetta "febbre dell'oro rosso" che, alla fine degli anni Novanta, dilagò anche e soprattutto in provincia di Grosseto, a colpi di acquisti miliardari, sfatando il pregiudizio che vicino al mare non si potessero fare grandi vini. Rileggendo le riviste specializzate di tutto il mondo all'epoca la Maremma era considerata «il nuovo Eldorado del vino». E come in tutte le corse all'oro che si rispettino, qualcuno aveva scelto di barare, di usare la legge del Far West. Nella California dei pionieri c'erano da accaparrarsi le concessioni minerarie, nella Toscana del vino la caccia era ai diritti di reimpianto dei vigneti. In pratica, in base a precise normative comunitarie, in tutta Europa è vietato impiantare anche un solo nuovo tralcio di vite. Chi compra terra per farci vino, dunque, o le vigne ce le ha già su quella terra, oppure deve trovare chi (sempre rigorosamente in Italia) gli vende una quota di vigneto già esistente. Non materialmente il vitigno, ovviamente, ma il diritto a reimpiantarne uno di pari estensione, così che il numero di ettari coltivati a uve restino, in Italia, sempre gli stessi. Inutile dire che, quando negli anni Novanta in tutta Italia (specie nel nord e in Toscana) si sono aperte centinaia di nuove aziende vinicole, la materia prima (cioè i vigneti) hanno presto cominciato a scarseggiare. Grande richiesta di quote e sempre meno offerta sul mercato. E in questo quadro viene ideata la maxitruffa. Secondo la ricostuzione degli inquirenti, funzionari dell'ispettorato provinciale dell'agricoltura di Brindisi e Bari, grazie ad una rete di intermediari in tutta Italia, reclutavano imprenditori in cerca di quote, gli dicevano che in Puglia ce n'erano in vendita, indirizzandoli verso le persone giuste. Le false attestazioni di sussistenza dei diritti di reimpianto venivano quindi inoltrate ai vari Ispettorati all'agricoltura delle province di residenza degli acquirenti, Grosseto compresa. Infine - una volta stipulati i rogiti - in Puglia veniva distrutta tutta la documentazione, mentre il denaro versato dagli imprenditori per i diritti taroccati (dai 5 ai 10 milioni di vecchie lire per ogni ettaro di vigneto) veniva intascato dai protagonisti della truffa. Tra il 2000 e il 2006 i militari del Nucleo politiche agricole hanno esaminato le documentazioni relative a oltre 180 produttori di vino, e dai controlli incrociati sono emersi ben 80 intestatari di diritti falsi, tutti ignari della truffa subita, per un totale di 600 ettari di vigneti.
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