Lutto
Parla mentre assiste la moglie in ospedale: prima solo porte in faccia, ora tutti sono disponibili
Rabbia e lacrime di papà Mohamed «Una morte annunciata, ora giustizia»
Lorenzo Santorelli
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GROSSETO. «Denuncio tutti, sindaco, assistenti sociali e medici dell'ospedale. Finché non avrò giustizia non mi muoverò di qui». Il qui di Mohamed Fathy è un tavolino al quarto piano dell'ospedale Misericordia, reparto Ostetricia. La moglie Donya Elsayeo Elemar è stesa sotto le lenzuola del letto 436 nella stanza numero uno. Silenziosa, con il viso olivastro sbiadito dal pallore, distoglie lo sguardo dal soffitto solo quando si contorce per le fitte. La incontriamo appena cinque ore dopo la perdita del bambino, per lei è la terza gravidanza finita male. Non parla italiano, è debilitata ed il marito che la guarda in piedi, accanto al letto, decide di uscire fuori dalla stanza per sfogarsi. «Ora che è morto sono tutti disponibili. Il primario che non si era mai degnato di venire, adesso si mostra premuroso. Probabilmente ha paura e persino un'infermiera mi ha consigliato di denunciare quanto accaduto. In Comune hanno detto che mi daranno un aiuto economico, così magari potrò pagare la sepoltura. Pensano che per qualche euro rimarrò in silenzio e invece si sbagliano. Denuncio tutti, andrò anche a Roma, in televisione. Tutta Italia deve sapere che mio figlio è morto nell'indifferenza. Mi bastavano un letto e un tetto dove farlo nascere e poi avrei trovato casa, avevo anche un lavoro. Invece in Comune mi hanno sbattuto la porta in faccia e in ospedale non lo hanno voluto». Al Misericordia Mohamed e la moglie erano andati varie volte per visite ed ecografie. L'ultima appena tre giorni prima dell'aborto. «Mi avevano detto che era tutto a posto, le hanno prescritto delle supposte per una colica e poi l'hanno dimessa. È normale che una ragazza di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, venga mandata via così dopo aver già perso due bambini? Oltretutto sapevano che avrebbe dovuto dormire in macchina perché non abbiamo una casa, è possibile che non abbiano tenuto conto anche di questo elemento? Io potevo anche vivere in quelle condizioni ma lei no, eppure i medici ci rispondevano che l'ospedale non è un albergo». Tra disperazione, rabbia e amarezza, Mohamed ricostruisce le ultime fasi della tragedia. «Stanotte mentre dormivamo in macchina, mia moglie si è svegliata a causa dei forti dolori allo stomaco. Erano circa le 4.30, la macchina era piena di sangue e così siamo corsi in ospedale. Ma è stato tutto inutile, alle sei e mezza dopo il taglio cesareo mio figlio è nato morto. Il corpicino è giù in un altro reparto ma io non ho il coraggio di vederlo, altrimenti potrei andare fuori di testa». Quanto la morte sia dipesa dalle condizioni in cui hanno vissuto i genitori e se il bambino poteva essere salvato, saranno gli inquirenti a dirlo. «Ho già chiamato la polizia per la denuncia. La dottoressa che ha dimesso mia moglie tre giorni fa oggi non c'è, ma voglio che anche lei si assuma le sue responsabilità». L'unico punto fermo di tutta la vicenda sembra essere il cortocircuito sociale e istituzionale che ha inceppato i meccanismi di solidarietà e assistenza. Ma nonostante questo, Mohamed dice che non lascerà Grosseto né l'Italia. «La situazione dell'Egitto è peggiore di quando siamo andati via. Se anche volessi tornarci, non saprei come vivere. In ogni caso voglio rimanere qui, almeno finché non sarà fatta giustizia».
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