Il Tirreno

Grosseto

«Alfredino poteva essere salvato»

Lorenzo Santorelli

Il racconto di Torello Martinozzi, testimone della tragedia del 1981

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GROSSETO. «Quei pantaloncini rossi, l'odore acre del cadavere. Non potrò mai dimenticarlo». Torello Martinozzi arrivò a Vermicino, nelle campagne vicino Frascati, quando il piccolo Alfredino Rampi era già morto e il circo mediatico aveva spento le luci. A lui, perito minerario della Solmine, e ad altri venti minatori gavorranesi, toccò il compito meno scenografico ma più penoso. Recuperare il cadavere di quel bambino di sei anni che per tre giorni tenne col fiato sospeso l'Italia intera.

Non era andato con il piglio dell'eroe Martinozzi ma con quello del tecnico e, da tecnico,racconta quei momenti indelebili vissuti trent'anni fa, in quel lontano 1981. «Arrivammo il quattro luglio, venti giorni dopo la morte del bambino. Il nostro compito era quello di completare la galleria dello scavo adiacente al pozzo, realizzata inutilmente dai soccorritori.

Iniziammo a lavorare con il martello demolitore, rimuovemmo la terra e le erbacce perché, come si dice in linguaggio tecnico, dovevamo fare il "fornello", ovvero il foro per risalire in superficie».  Un lavoro prettamente da minatori se non fosse che, dopo un paio di giorni, sopraggiunge inaspettata un'altra e forse più gravosa incombenza. «Il magistrato che seguiva il caso ci disse che non ci saremmo dovuti limitare a realizzare la galleria, ma avremmo dovuto recuperare anche il cadavere. Ci volle una settimana e la mattina dell'11 luglio, intorno alle sette, recuperammo il corpo». 

Quando lo raggiungiamo telefonicamente Martinozzi è in vacanza in Grecia. Non è possibile coglierne le espressioni del viso e la voce è l'unico strumento per interpretare il suo stato d'animo mentre ripercorre con la memoria quei giorni. Una voce che non si incrina ma si interrompe, sintomo di una lotta interiore per qualcosa che si vorrebbe dire ma si ritiene indicibile. Finché l'argine si rompe. «Poteva essere salvato. Non era semplice ma poteva essere salvato».  Dopo questo breve cedimento al rimpianto («ma criticare dopo trent'anni sarebbe squallido e ingiusto»), torna a parlare il tecnico.

«Mi accorsi subito che il foro avrebbe dovuto esser praticato a una distanza maggiore poiché le vibrazioni derivanti dall'approfondimento avrebbero potuto far scivolare il bambino ancora più in profondità». Il senno di poi è sempre un giudice parziale ma dal 10 giugno in cui Alfredino cadde nel pozzo artesiano al 13 giugno in cui il dottor Fava annunciò la "presunzione di morte", il corpo del bambino era sprofondato dai 36 metri iniziali fino a oltre 60.

Al di là delle difficoltà logistiche, il motivo per cui «non era facile salvarlo» era legato a fattori ambientali. «Ma come si poteva lavorare in quelle condizioni? Senza neppure una recinzione che tenesse lontane quelle migliaia di persone, come si poteva ragionare con freddezza?». Già, come poteva non appannarsi la mente di vigili del fuoco, volontari, speleologi attorniati da migliaia di persone. Una folla brulicante che anche quando tratteneva il respiro faceva comunque rumore. E che si nutrì delle speranze regalate dai rantolii di Alfredino e dei panini venduti dagli ambulanti accorsi sul posto. Tanto che sia la mamma Franca che il Presidente Pertini dovettero intimare il silenzio più volte. «Era impossibile mantenere la lucidità. Del resto quando andai giù io, non avevano nemmeno idea di dove potesse essere il corpo».

Interrogativi che negli anni sono stati posti dai detrattori di quel tragico reality al quale la Rai dedicò una diretta di 18 ore che tenne incollati al televisore una media di venti milioni di spettatori. «Si è fatto tanto pressappochismo e ci sarebbero tante cose da dire» conclude. Ma richiamato dalle richieste del nipote che viaggia con lui a bordo della nave per Rodi, Martinozzi quelle cose decide di tenersele per sé.

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