Il Tirreno

Grosseto

«Mai più morti come nostra figlia»

Federico Lazzotti
<b>LA MORTE DI SILVIA.</b> Qui a fianco Silvia Cannelli, a sinistra i genitori. Sotto la clinica Siligato di Civitavecchia
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LA MORTE DI SILVIA. Qui a fianco Silvia Cannelli, a sinistra i genitori. Sotto la clinica Siligato di Civitavecchia

Parlano i genitori di Silvia Cannelli: nessuna vendetta, solo la verità

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 GROSSETO. «Non cerchiamo vendetta, perché nessuno, purtroppo, potrà renderci nostra figlia e i suoi 23 anni. Ma chiarezza sì, quella la pretendiamo. E speriamo che questa inchiesta possa fare luce su certe pratiche rischiose e servire ad alzare il livello di attenzione di medici e anestesisti anche quando compiono operazioni in apparenza semplici. Silvia è morta durante quello che doveva essere un banale intervento in day hospital che normalmente viene eseguito in un quarto d'ora in un qualsiasi ambulatorio ginecologico. Gli accordi erano che fosse sottoposta a un'anestesia locale, invece per un motivo che ancora ignoriamo, le è stata sommistrata quella totale che ha scatenato lo choc anafilattico che l'ha uccisa. Ma soprattutto, durante le nove ore di attesa prima di entrare in sala operatoria, l'anestesista non le ha fatto la visita anestesiologica. Non si tratta di una prassi ma di passaggio fondamentale di una visita che è necessaria. L'avesse fatta, avrebbe scoperto che mia figlia era una paziente che non aveva mai subito operazioni, che era una fumatrice e quindi serviva maggiore attenzione. Questa è stata una grave mancanza e dall'inchiesta sembra che Silvia non sia l'unica paziente della clinica Siligato ad aver subito un trattamento simile».  Martedì 5 aprile, il giorno della tragedia, mamma Lucia era con la figlia Silvia a Civitavecchia, «eravamo partite la mattina alle sei e mezzo da Grosseto». Papà Lauro, dipendente di banca, le aspettava a casa, in via Malachite, per cena. «Che era successo qualcosa in sala operatoria - raccontano mamma e papà - se n'è accorta mia moglie quando alla clinica è arrivata l'ambulanza del 118. Silvia era entrata in sala operatoria una mezz'oretta prima. Da quel giorno - vanno avanti - la nostra esistenza è stravolta. In questi due mesi - prosegue Lauro - ho cercato di capire che cosa sia potuto accadere, ho chiesto ad esperti, ho fatto domande sulle procedure operatorie, altrimenti non ci dormi la notte».  Per la morte di Silvia Cannelli la Procura di Civitavecchia ha iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo due medici grossetani: il ginecologo Giuseppe Tamburro e l'anestesista rianimatore Giorgio Piola.  Tamburro era il medico di fiducia di Silvia che all'inizio di marzo, dopo una visita nel suo ambulatorio grossetano, consigliò alla ragazza di sottoporsi a un banale intervento chirurgico nella clinica Siligato per condiloma al collo dell'utero. «Due settimane prima dell'operazione - racconta papà Lauro - sono andato con mia figlia a Civitavecchia per eseguire tutti gli esami di preospedalizzazione. La clinica sembrava un albergo. A Silvia fecero gli esami del sangue, delle urine e l'elettrocardiogramma. Abituato ai tempi della sanità pubblica, quel giorno - va avanti - rimasi colpito dalla snellezza e dalla velocità con cui vennero compiuti gli esami. A distanza di tempo, però, dico anche che certe apparenze possono nascondere qualche mancanza. Come l'assenza all'interno della struttura di un reparto di Rianimazione e della strumentazione necessaria per risolvere situazioni di emergenza come quella capitata a mia figlia. Nessuno ci aveva detto che non c'era la Rianimazione. Ci avessero avvertito, forse, avremmo fatto un'altra scelta e in ogni caso avremmo avuto un elemento in più per fare una scelta consapevole».  Due settimane dopo la prima visita, dalla quale non sono emersi problemi, arriva il giorno dell'operazione. «Mia moglie e mia figlia sono partite da Grosseto alle 6.30 - ricorda il padre - a Silvia avevano assicurato che per cena sarebbe stata di nuovo a casa. Non si era portata nemmeno un cambio per la notte, tanto era sicura che si sarebbe trattato di un day hospital. Anche al lavoro aveva preso solo un giorno. Le sue amiche che si erano sottoposte questo tipo di intervento l'avevano rassicurata dicendole che loro al ritorno avevano perfino guidato e che il decorso era stato semplice».  Da quando Silvia entra alla clinica Siligato, intorno alle 8.30 del mattino, inizia l'attesa. «È rimasta per sette ore a digiuno in vista dell'operazione», ricorda la madre. «Anche il fatto che l'abbiano fatta aspettare fino alle 17 non è stato certamente un aspetto che ha aiutato. Vorrei sapere perché l'hanno lasciata per ultima. Forse hanno visto una ragazza giovane e hanno pensato che poteva aspettare. Ma nonostante l'attesa, l'anestesista non si è mai visto. Con il medico avevamo deciso l'anestesia più semplice, quella loco regionale. Era un intervento talmente semplice che non c'era necessità di un'anestesia totale, durante la quale si paralizzano tutti gli organi e la respirazione non è naturale ma indotta. È questo il dilemma che non riusciamo a comprendere: il perché di quella scelta. Quello che sappiamo è che appena a nostra figlia è stata fatta l'anestesia ha avuto uno choc anafilattico che le ha bloccato il respiro. Per venti minuti è rimasta su quel lettino senza che nessuno potesse fare niente per tentare di salvarla perché non c'era la strumentazione necessaria. Quando è arrivata l'ambulanza nostra figlia era già morta. Da quel giorno la nostra vita è stravolta. Accanto a noi gli amici di Silvia ci aiutano. Noi non cerchiamo vendette, ma solo giustizia e verità. E soprattutto che la morte di nostra figlia riesca a salvarne altre».

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