Sicurezza
Il suo mondo è tutto in una cabina
La storia di Reinhard il clochard tedesco che ora rischia lo sfratto
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IL MONDO IN UNA CABINA Reinhard Schmidt in piazza De Maria 2 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Chiunque passi da piazza De Maria lo trova lì. Inesorabilmente, a qualsiasi ora. Di notte steso con il busto riparato e le gambe fuori, di giorno seduto su una sedia posizionata dentro la cabina telefonica. Perché per Reinhard Schmidt, quella cabina è più di una casa. È il suo mondo. I commercianti della zona che lo aiutano con qualche vivanda, sanno sempre dove portargliela. Un senzatetto atipico Reinhard, di se stesso sembra saperne poco anche lui. Dice di essere tedesco, e gli si crede sulla parola dato che è l'unica lingua che parla. Ha 52 anni, non ricorda quando si è trasferito in Italia, ma prima di venire a Grosseto avrebbe lavorato a Firenze. Sostiene di vivere in Maremma da un anno, ma molti giurano di averlo visto la prima volta almeno tre anni fa. La poca dimestichezza con l'Italiano lo fa apparire taciturno, ma quando trova qualcuno che parla il Tedesco si apre. Quando lo informiamo che la "telefonzelle" dove vive potrebbe essere rimossa, la sua risposta chiama in causa gli effetti collaterali del liberismo su scala mondiale. «È un'ingiustizia, le compagnie telefoniche così facendo non rispetterebbero le leggi internazionali che impongono posti di telefono pubblici. Vogliono toglierli per fare in modo che tutti comprino un cellulare e loro guadagnino». Quando gli chiediamo perché abbia scelto proprio quella cabina e, soprattutto, come mai non la abbandoni mai, la risposta è un po' sconclusionata. «Aspetto di farmi la fototessera», dice indicando la macchinetta accanto, «per metterla nel passaporto». Proviamo a dirgli che nell'attesa di farsi le foto, potrebbe girare per la città e vedere altri posti. A quel punto Reinhard si alza e ci conduce pochi metri più in là, indicando una buca su un marciapiede. «Lì mi sono fatto male a un piede, ho preso una storta e ho deciso di rimanere nella cabina». La risposta ci lascia un po' perplessi, però lui sembra contento di stare dove sta. Prima di salutarlo gli chiediamo se non abbia bisogno di qualcosa. «Un pacchetto di sigarette».
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