Sicurezza
«Morte di Carla, infermiere negligente»
◗
16 ANNI. Carla Carrillo Ma va assolto perché non è provato che si sarebbe potuta salvare
3 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. «Pur essendo ravvisabili profili di negligenza nella condotta tenuta dall'infermiere Libetta, non ci sono sufficienti elementi per potersi affermare che la posa in essere del comportamento dovuto da parte dello stesso avrebbe consentito, con alto o elevato grado di credibilità razionale o di probabilità logica, di scongiurare la morte di Carla Carrillo». Sono queste le motivazioni adesso depositate con il quale il giudice Sergio Compagnucci ha assolto il 31 gennaio scorso uno degli infermieri che si prese cura della ragazza, morta in ospedale il 22 aprile 2006 (choc settico da polmonite): Cesare Libetta, 45 anni, era addetto al triage del pronto soccorso il primo giorno in cui la ragazza arrivò al Misericordia, il 20 aprile. È stato prosciolto dall'accusa di omicidio colposo perché il fatto non sussiste. Stessa formula adottata per il coimputato (ma con contestazioni diverse), il medico di turno al pronto soccorso il secondo giorno in cui la 16enne peruviana si era presentata in ospedale (il 21 aprile), il dottor Alessandro Balocchi, 43 anni: «Va rilevato che l'istruttoria dibattimentale non abbia dimostrato in alcun modo neppure una condotta di negligenza e-o imperizia a lui imputabile», scrive il giudice. Per lui lo stesso sostituto procuratore Giuseppe Coniglio aveva sollecitato l'assoluzione, mentre per Libetta erano stati chiesti 18 mesi. Il dottor Compagnucci, nell'analisi del quadro dell'epoca, premette che il sistema organizzativo del pronto soccorso manifesta «palesi incongruenze», specie nell'affidamento agli infermieri della valutazione della gravità clinica «attività altamente delicata, che richiede una particolare competenza medico-specialistica». Ciò per affermare che «la valutazione dell'operato dell'infermiere deve comunque tener conto di ciò che è da lui esigibile», perché altrimenti «si finirebbe per addebitargli una responsabilità oggettiva anziché a titolo di colpa». L'istruttoria non ha comunque chiarito se la scelta del codice verde (di gravità lieve) «anziché di quello giallo, fosse errata o no». Ciò che invece appare contestabile a Libetta sulla base di quanto emerso nel corso del dibattimento è «la mancata rivalutazione della paziente ogni trenta minuti, non solo perché tale omissione è stata riferita dalla sorella della deceduta (che l'aveva accompagnata, ndr) ma anche perché non vi è alcuna annotazione nei documenti del pronto soccorso. Inoltre, poiché è emerso che la paziente aveva continuato a soffrire di conati di vomito durante la permanenza al pronto soccorso, Libetta avrebbe dovuto quanto meno riferire al medico». Ma «le risultanze istruttorie non consentono di affermare che un sollecito intervento nel corso del primo accesso al pronto soccorso (pomeriggio del 20 aprile) avrebbe scongiurato la morte della Carrillo». E dunque, in mancanza di dati obiettivi, alla luce delle perizie e delle consulenze, ecco l'assoluzione. E il medico? Al momento in cui entrava in servizio, Carla era già stata inviata in radiologia. Alle 21,15 tornava e Balocchi decideva di inviarla nel reparto di malattie infettive sulla base di un sospetto di polmonite. Non c'erano posti letto disponibili nel reparto di rianimazione. E «non può non rilevarsi come nel momento in cui il dottor Balocchi entrava in servizio le chance di sopravvivenza della paziente erano già state annullate, sicché un'ipotetica condotta omissiva (qui non dimostrata) non avrebbe mai potuto risultare causativa dell'evento morte». P.S.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
