Gioco
È spagnolo e resta in carcere qui
Lorenzo Santorelli
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CARCERE DI VIA SAFFI dove è detenuto lo spagnolo che non riesce ad ottenere i domiciliari nel suo paese Da 11 mesi attende i domiciliari nel suo paese
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GROSSETO. Due ragazzi condannati alla stessa pena per il possesso di un ingente quantitativo di droga. A distanza di due anni e mezzo dall'arresto, uno dei due, italiano, sta scontando gli arresti domiciliari. L'altro, spagnolo, è ancora in carcere perché non ha un domicilio in Italia e sta aspettando dietro le sbarre che la burocrazia gli permetta di scontare la pena nel suo paese. Il trentenne catalano è detenuto nella casa circondariale di Grosseto. I fatti risalgono al febbraio 2009, quando i due amici vengono arrestati dalla polizia stradale di Arezzo perché trovati in possesso di più di 1100 dosi di hashish, e 90 grammi di pasta d'oppio. Dopo sei mesi di custodia cautelare nel carcere aretino, a giugno arriva la sentenza ed i due patteggiano una pena di tre anni e quattro mesi e 12mila euro di multa ciascuno. «Il Gup del Tribunale di Arezzo respinse la richiesta di arresti domiciliari per entrambi - dice l'avvocato Nicoletta De Santis - che fu invece accolta un mese dopo dal Tribunale del Riesame di Firenze». Siamo a luglio 2009 e dato che "il lasso di tempo trascorso dall'applicazione della misura cautelare in carcere deve aver svolto un effetto deterrente sufficiente su persone di giovane età", come si legge nell'ordinanza, i due vengono scarcerati e mandati in due comunità di recupero per tossicodipendenti. Il ragazzo spagnolo è assegnato alla "Comunità incontro" di Massa Marittima dalla quale però, dopo un anno esatto, chiede di essere trasferito per problemi di ambientamento che, parole sue, lo hanno portato ad un'ulteriore «destabilizzazione psicologica». Per l'avvocato De Santis «era consapevole che l'unica alternativa era il carcere ma preferì tornare in cella piuttosto che rimanere in quella comunità». In realtà un'altra opzione possibile sarebbe l'arresto domiciliare presso la propria abitazione, come è accaduto per l'altro ragazzo che dopo un periodo in comunità è tornato a casa. Per gli stranieri presenti nelle carceri italiane c'è la possibilità, prevista dalla convenzione internazionale di Strasburgo del 21 marzo 1983, che questi ultimi possano scontare la pena nel loro paese di origine purché questo, come nel caso di Spagna e Italia, abbia aderito alla convenzione. La domanda di esecuzione all'estero di una condanna determinata dall'autorità giudiziaria italiana presuppone che la stessa sia definitiva e relativa ad un fatto che sia previsto da entrambi i paesi come reato. La pena da scontare deve essere superiore a 6 mesi e deve esserci l'accordo dei due stati interessati. «Tutti parametri nei quali rientra il caso del mio assistito - sottolinea l'avvocato De Santis - se non fosse che la Corte di Appello di Firenze dice di aver completato tutte le procedure ed averle inviate al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria il quale, a sua volta, sostiene che non esiste l'ordine di traduzione all'estero per il mio assistito». Uno scaricabarile che, al momento, è costato al ragazzo altri undici mesi di carcere che sarebbero potuti essere scontati ai domiciliari in Spagna. Un caso come tanti che può servire anche come chiave di lettura di un dato allarmante: il 38% dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. Molti di questi, se fossero italiani, starebbero altrove.
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