Il dolore
Il silenzio di Matteo davanti al giudice
Francesca Gori
◗
LA CONVALIDA. Matteo Gorelli non ha risposto durante ludienza davanti al gip Pietro Molino Resta in carcere il diciannovenne che ha aggredito i due carabinieri dopo il party
4 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. «Un'aggressione di ferocia inaudita». Sono le 16.30 quando il giudice per le indagini preliminari Pietro Molino firma il dispositivo di convalida dell'arresto di Matteo Gorelli, il diciannovenne che lunedì mattina ha massacrato di botte due carabinieri insieme a tre amici minorenni. Un'udienza lampo, quella di ieri, al tribunale di Grosseto. Matteo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il pm Giuseppe Coniglio ha chiesto che il ragazzo restasse in carcere. Ha parlato di un'aggressione «sprigionata da bestialità». Parole che mal si conciliano con l'immagine del diciannovenne arrivato ieri pomeriggio in tribunale. Con quella testa bassa, con quegli occhi che non si staccavano da terra. Francesco Giambrone, che difende il diciannovenne insieme al collega fiorentino Luca Tafi, ha chiesto gli arresti domiciliari. Il gip Pietro Molino ha aspettato più di un'ora prima di decidere. Matteo Gorelli resta in carcere. Le motivazioni della convalida sono scritte sulle cinque pagine del dispositivo firmato dal giudice. Cinque pagine che ripercorrono quello che è successo lunedì al bivio per Sovana. Le botte, tante, date ai carabinieri che lo avevano fermato e che lo avevano sottoposto all'alcoltest con un bastone e con la torcia in dotazione ai carabinieri, lo speronamento dell'auto dei carabinieri che hanno esploso prima quattro colpi in aria, poi altri agli pneumatici per fermare la corsa della Renault Clio della nonna del ragazzo. La colluttazione con il maresciallo Angelo Meoli, che lo ha fermato e arrestato. Ci sono, per il gip, «gravissimi indizi di colpevolezza». Ma ci sarebbe soprattutto una determinazione che, durante la fuga, «conferma la spietatezza e la lucidità anche successiva ai gravi fatti perpretati». Per non farsi identificare, Matteo si sarebbe tolto da dosso la polo sporca di sangue che indossava. Quando lo hanno fermato, era a torso nudo. Gorelli quindi resta in carcere perchè, secondo il gip «la sua pericolosità è altissima e questa violenza può scatenarsi per futili motivi». Come quelli che hanno innescato la scintilla domenica mattina «una violenza sproporzionata - scrive il giudice - in relazione alla situazione». Ora si aspettano i risultati dell'esame tossicologico, anche sull'involucro che è stato gettato dall'auto in fuga. Le uniche parole che il ragazzo ha detto tra le lacrime, le ha pronunciate ieri nel carcere di via Saffi: «Voglio sapere come stanno i due carabinieri. Mi dispiace per quello che ho fatto». I genitori di Matteo ieri non sono venuti a Grosseto. Hanno chiamato l'avvocato, hanno voluto, anche loro, manifestare la propria solidarietà ai militari feriti. Uno lotta tra la vita e la morte, l'altro ha perso un occhio. Matteo Gorelli è arrivato con il cellulare della polizia penitenziaria alle due di ieri pomeriggio nel parcheggio coperto del tribunale. Sono passati minuti che sembravano segnare un'eternità, prima che scendesse dal furgone blindato. La testa bassa, fasciata in una garza, una tuta da ginnastica indosso, le ciabatte ai piedi scalzi. Camminava con passo incerto, verso l'aula G al quarto piano del palazzo di giustizia. Accanto a lui due agenti, davanti all'aula i colleghi dei militari feriti preoccupati per le condizioni dell'appuntato scelto Antonio Santarelli e per il carabiniere scelto Domenico Marino. L'udienza è durata poco più di mezz'ora. Alle formalità Matteo ha risposto e ha anche detto di avere un altro guaio con la giustizia, questa volta per resistenza a pubblico ufficiale. Poi è sceso il silenzio. Si è stretto di nuovo nelle spalle ed è uscito dall'aula per entrare nella stanzina lì accanto e parlare pochissimi minuti con il suo avvocato. «È provato e confuso - dice Giambrone - quando sono andato a trovarlo in carcere credevo di trovarmi davanti un ragazzo diverso. Ha pianto, ha chiesto come stavano i carabinieri». Di quello che è successo lunedì mattina, al suo difensore, ha soltanto accennato qualcosa. Pochi dettagli, per ora, nessuna parola nemmeno su quell'accusa pesante come un macigno che è arrivato sulla sua testa e su quella dei suoi tre amici: concorso in duplice tentato omicidio, rapina (per aver portato via il blocchetto dei verbali ai carabinieri del norm), resistenza a pubblico ufficiale e guida in stato d'ebbrezza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
