Il Tirreno

Grosseto

Giuncarico. Vecchie ruggini tra vicini, ribaltata dai giudici di appello una condanna anche a pagare i danni

Prosciolto per le minacce con il coltello

<strong>MINACCE </strong>col coltello Prosciolto dall’accusa
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MINACCE col coltello Prosciolto dall’accusa

Era andato a raccogliere i carciofi: non sussiste l'ipotesi di porto abusivo

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GIUNCARICO. Aveva preso un coltello da cucina per tagliare i carciofi nel proprio campo: in primo grado quello strumento era stato ritenuto sufficiente a giustificare una condanna per le minacce che sarebbero state proferite in quella circostanza al vicino, in appello l'uomo è stato assolto perché le minacce non sono state confermate e quindi «perché il porto del coltello per raccogliere ortaggi non è ingiustificato e non può ipotizzarsi una sorta di illegittimità sopravvenuta nel porto dello strumento da taglio una volta esclusa la minaccia».  Queste le motivazioni con le quali la seconda sezione penale di Firenze (Di Nubila presidente, Scaramuzzino, Panu) ha prosciolto Calogero Culotta, 72 anni, abitante a Giuncarico, dalle accuse di minacce e porto abusivo del coltello, revocando anche le statuizioni civili. La procura generale aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado, cioè un mese sostituiti con 1.140 euro, più 4.000 euro per danni alla parte civile. I fatti risalivano all'aprile 2007. Tra Culotta e Mauro Valentini c'era della ruggine: «Mi hai rotto le palle di prendermi in giro, ti levo del mondo e non ho niente da perdere», avrebbe detto il primo minacciando il secondo con il coltello da cucina.  Il dibattimento aveva confermato, secondo il primo giudice, l'atmosfera litigiosa; e il sequestro del coltello ne è un riscontro oggettivo. Quel coltello era stato senza dubbio portato fuori casa per le verdure ma Culotta ne aveva fatto un uso illegittimo e illecito, dunque il porto diventava ingiustificato. La moglie dell'imputato non era stata ritenuta attendibile, pur avendo confermato che «i due si presero» e che lei aveva detto di smetterla. Da queste considerazioni, il giudice Addimandi aveva fatto discendere la condanna.  Assistito dall'avvocato Alberto Bancalà, Culotta aveva proposto appello, sostenendo l'insussistenza della minaccia: era vero che Culotta aveva fatto scrivere una lettera di diffida a Valentini affinché quest'ultimo cessasse di assumere comportamenti pericolosi (come sfiorarlo con l'auto); quel giorno, poi, Culotta era caduto all'indietro inciampando, aveva aggiunto il legale, e ciò non era indice di atteggiamento minaccioso.  I giudici hanno dato ragione a Culotta, ravvisando tra l'altro che la moglie non aveva confermato la minaccia e aveva riferito che il marito era caduto all'indietro. «Troppo poco» per ritenere sussistenti le minacce. Mentre il porto abusivo «sicuramente non sussiste». (p.s.)

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