Il Tirreno

Grosseto

La trattativa per la vendita di Gardenia non è solo con Limoni, ma l’obiettivo è il rilancio

E' una cessione per crescere

Gabriele Baldanzi
<b>GARDENIA. </b>La sede della societ&agrave; in via Giordania
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GARDENIA. La sede della società in via Giordania

Passato il periodo nero, meno ombre per gli oltre 700 dipendenti

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 GROSSETO. La notizia di un imminente cambio della proprietà della più famosa azienda grossetana, La Gardenia, non deve suscitare preoccupazioni ma semmai aspettative positive, di rilancio. Lo ha ribadito a più riprese, negli ultimi giorni, Silvano Storer, presidente e ad. Come abbiamo scritto ieri ci sono trattative da mesi con il fondo Bridgepoint, che detiene Limoni, ma la partita della vendita si gioca anche su altri tavoli.  Ma perché tanto interesse intorno a questa operazione? La ragione è semplice, seppure sconosciuta ai più. La Gardenia Beauty, fino a sei anni fa simbolo della migliore imprenditoria cittadina, negli ultimi anni, è sì cresciuta ma si è trovata anche, improvvisamente, appesantita dai debiti. Nel 2009 gli esperti - fonte Il Sole 24 Ore e Il Mondo - la consideravano (per fortuna sbagliando) "in pericolo di vita"; vittima delle micidiali locuste, i fondi private equity, che tutt'ora la detengono.  Una storia emblematica di come le perversioni speculative del sistema finanziario globale e la loro pericolosità per risparmiatori e lavoratori possa trovare un radicamento anche in Maremma, proprio come lo è stato per New York, Londra, Milano.  Gli ultimi 18-24 mesi sono stati molto travagliati per i private equity e per le imprese finite nelle loro grinfie; La Gardenia ha retto il colpo, forte di un'ottima gestione complessiva, continuando a sfornare utili e restando, di fatto, appetibile in un mercato dalla ridotta liquidità.  Nel triennio 2006-2008 era stata acquisita dai Fondi a prezzo elevato, con il ricorso alla leva del debito (il cosiddetto leverage). Una tecnica che l'ha caricata di un peso notevole nei confronti del pool di creditori guidati da Intesa Sanpaolo come banca capofila.  Per tamponare questa situazione sono stati poi perfezionati con le banche una serie di nuovi accordi, deroghe sulle garanzie contrattuali. Ma cosa è successo esattamente è difficile spiegarlo in poche righe. Bisognerebbe entrare nei tecnicismi finanziari dell'operazione che ha visto protagonisti, in due diversi momenti, i fondi franco-belgi e la famiglia Croci. Il problema nasce dal prezzo pagato, dai cosiddetti multipli applicati rispetto all'ebitda dell'azienda e dalla percentuale di indebitamento.  Ma andiamo per ordine. La vecchia proprietà, i Croci, rappresentava, per modalità di conduzione dell'azienda, la parte sana: intuito, buon senso, prudenza. Fino a non più tardi di 5 anni fa la Gardenia aveva zero indebitamento ed era una gallina dalle uova d'oro. Liquidità finanziaria e precisione nei pagamenti erano chiavi strategiche di successo. Poi c'è stato il cambio di proprietà, con l'avvento dei Fondi, che hanno sì moltiplicato il numero dei negozi ma adottato - da subito - una strategia aggressiva.  Funziona così: io costituisco una società, con questa compro la quota azionaria delle società obiettivo e pago tale quota con un forte ricorso all'indebitamento; poi unisco le due società e, come d'incanto la società obiettivo, fino ad allora finanziariamente sana, si ritrova indebitata. In pratica si indebita non per svilupparsi, ma per comprare se stessa. Il Fondo sta in un'azienda dai 3 ai 6 anni. Quando vende la propria quota, la banca sarà rimborsata dalla banca di chi subentra, mediante un'altra operazione di leverage.  Perchè un Fondo guadagni occorre che la crescita del valore dell'azienda proceda a ritmi elevati, proprio come mettere alcool in un motore a benzina. Il sistema degli ultimi anni ha spinto questa molla indebitatrice fino al parossismo. Fino cioè a quando la previsione di crescita dell'economia facesse sì che le banche sostenessero queste operazioni. Per la cronaca le banche applicano, in queste operazioni, commissioni da capogiro, ma tanto tali commissioni le paga l'azienda stessa, non chi investe.  Ebbene nel 2008 La Gardenia era talmente appetibile che, dopo nemmeno due anni, era sul punto di passare ad altri Fondi ma quella fu l'estate dell'inversione dei mercati del capitale (fallimento delle banche americane) e tutto si stoppò; la contrazione dei consumi, la crisi, etc, hanno fatto si che il pesante indebitamento diventasse poi un enorme macigno e che le banche (vere proprietarie dell'azienda) si interrogassero sul da farsi.  Oggi Gardenia sta uscendo da queste sabbie mobili. L'acquisto da parte di altri fondi, la fusione con altre aziende del settore, potrebbero rilanciarne l'azione. E' ciò che sperano in via Giordania, ciò che si augurano gli oltre 700 dipendenti.

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