Attenzione
Le testimonianze di chi in quel reparto ha lottato giorno dopo giorno contro la morte
Salvati dalle infermiere messe alla gogna
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RIANIMAZIONE Una delle foto diffuse attraverso facebookI parenti dei ricoverati in Rianimazione scrivono all'Asl: «Sono professioniste vere»
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GROSSETO. Chi si è indignato ha alzato la voce. Chi invece non ha proprio digerito il trattamento riservato al medico e agli infermieri del reparto di Rianimazione, per la pubblicazione delle foto degli scherzi in reparto, ha tenuto i toni bassi ma fermi. Ed ha affidato a un foglio di carta le impressioni, inviandole al direttore dell'Asl. Impressioni che sanno di vita, di rinascita. Vita e rinascita conosciute proprio in quel reparto. Pensieri ed emozioni affidati alle parole di riconoscenza verso quelle infermiere e quel medico finiti nell'occhio del ciclone. Le due infermiere fotografate mentre si travestivano da mummie, benché avessero il volto oscurato, sono state riconosciute dai familiari di chi, in Rianimazione, è stato ricoverato. Ma anche chi inq uei letti ha lottato tra la vita e la morte ha capito bene, guardando quelle foto, che si stava parlando proprio di quelle infermiere che hanno fatto di tutto per trasformare la guarigione in un miracolo. Anna Giannotti, nel 2000, aveva il marito in coma farmacologico. «Ho riconosciuto una delle due infermiere - scrive - e sono stata male nel vedere come è stata trattata. Sono certa che è stata fraintesa quell'immagine e questa mia certezza viene dalla personale e diretta conoscenza dell'infermiera che durante il ricovero di mio marito non ha mai leso la dignità dei pazienti». Stessa esperienza quella raccontata da Marisa Baricci. Anche suo marito per venti giorni è rimasto sospesotra la vita e la morte. «Da tempo volevo ringraziare pubblicamente il primario del reparto e il suo staff - spiega - ma quando ho visto quelle foto ho riconosciuto nelle infermiere accusate dello "scandalo" proprio le persone che più di altre hanno contribuito alla guarigione di mio marito». Marisa come Anna. Storie che si intrecciano. «Mio marito Nevio - continua la signora Baricci - non vedeva l'ora che arrivassero, perché oltre a farlo sentire seguito e curato attentamente, lo facevano ridere, ci scherzavano sempre, gli tiravano su il morale e così il tempo trascorreva più in fretta, sia per lui che per me. Sono state per noi un punto di riferimento importante». In quel reparto, in quelle corsie che sanno di disinfettante e speranza, è stata ricoverata anche la madre della signora Paola Lorenzoni. In quei letti, ha lottato per la vita Carmen Cupini. Carmen aveva avuto un terribile incidente sulla strada delle Collacchie. È rimasta ricoverata quasi un mese. È stata curata. Non solo, è stata accudita. «Lavata, pettinata con cura - scrive - addirittura ogni giorno mi veniva spalmata la crema idratante su tutto il corpo. Mi hanno tenuta come una buona madre tiene un figlio». In tutte le lettere arrivate alla direzione generale dell'Asl, si scrive, in fondo, la stessa cosa: quelle infermiere sono professioniste serie. «Sono professioniste - aggiunge Carmen - che lavorano in un reparto che è davvero il fiore all'occhiello dell'ospedale di Grosseto». Parole sussurrate da chi, in quel reparto, ha incrociato ancora una volta la vita.
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