Il Tirreno

Grosseto

Un cervello di Maremma nel telescopio che svelerà i segreti dell'universo

Elisabetta Giorgi
<b>IL TELESCOPIO </b>progettato da Capaccioli e i &#147;fratelli&#148; gestiti dall&#146;Eso
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IL TELESCOPIO progettato da Capaccioli e i “fratelli” gestiti dall’Eso

Massimo Capaccioli, scienziato nativo di Montenero, ha ideato e realizzato uno strumento straordinario

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 GROSSETO. È maremmano l'occhio del più potente telescopio del mondo, impiantato sulla cordigliera costiera del Cile. Il prodigioso cacciatore di stelle - creato dall'astronomo di Montenero d'Orcia Massimo Capaccioli - spicca sul Cerro Paranal a 2635 metri di quota, nel cuore del deserto di Atacama.  Uno dei luoghi più sperduti, inospitali e allo stesso tempo suggestivi del pianeta, a 1100 chilometri da Santiago e non distante dal tropico del Capricorno. Un posto pazzesco in cui sembra di stare su Marte e la corrente di Humboldt rende impossibile la formazione delle nuvole. L'ultima pioggia (dopo 400 anni) risale al 1971 e non c'è neppure un'oasi tranne quella "artificiale" impiantata dall'uomo nel 1990, quando fu demolita la vetta originale del monte Paranal per creare un altopiano. È nato qui il più grande osservatorio astronomico al mondo, il Vlt (Very large telescope): un colosso di cemento, acciaio e vetro realizzato dall'Eso (l'organizzazione astronomica europea di cui fa parte l'Italia) e composto di quattro giganteschi telescopi che spuntano nel deserto.  Ma da poco insieme a loro c'è un'altra creatura: è il rivoluzionario telescopio Vst (Vlt Survey Telescope) che esplorerà il cosmo a profondità mai raggiunte. L'inventore è uno scienziato amiatino, Massimo Capaccioli. Nato a Montenero nel 1944, ha insegnato all'università di Padova e ora alla Federico II di Napoli. Una carriera folgorante lo ha reso celebre nel mondo ma non gli ha fatto dimenticare le sue radici. Già presidente degli astronomi italiani e direttore dell'osservatorio di Capodimonte, autore di moltissimi libri, pluripremiato per altissimi meriti scientifici, professore emerito dell'Università di Mosca, Capaccioli è un grande divulgatore scientifico per la Rai, conversatore affascinante e soprattutto privo di "accademismi" retorici, baciato da un humour istintivo che ha avvicinato all'astronomia intere generazioni. Premi ne ha avuti molti ma forse (scherza) ambirebbe «alla cittadinanza onoraria di Montenero», dov'è cresciuto e abitano le affezionate zie. Da piccolo i parenti lo trovavano arrampicato sugli olivi a guardare le stelle. Già negli occhi aveva una scintilla speciale, quel sacro fuoco per la scienza che lo spingerà a scrutare oltre il buio del cosmo. Nella conferenza promossa giorni fa a Grosseto dalla Dante Alighieri, ha raccontato la storia del suo ultimo figlio: il telescopio più potente del mondo, appena installato sulla cordigliera cilena e che entrerà in funzione a giugno. Capaccioli lo ha progettato a fine anni '90 mentre dirigeva l'Osservatorio astronomico di Capodimonte. Grazie a lui cospicui fondi sono arrivati dal ministero dell'università e della ricerca scientifica e Tecnologica (Miur), dal Consorzio nazionale di astronomia e astrofisica (Cnaa) e dal consiglio regionale della Campania.  Ma «fu soprattutto l'avvocato Gerardo Marotta, presidente dell'istituto italiano per gli studi filosofici, ad aiutarmi per primo - dice Capaccioli - Vuoi costruire il telescopio più importante del mondo? Devi chiedere molti soldi. "Un miliardo?", azzardai. "Molto, ma molto di più". Fu così che presentai un progetto ambizioso che mi fruttò 25 miliardi. Una cifra pazzesca, da cui cominciò la straordinaria avventura del Vst».  Avventura travagliata, che solo oggi sta vedendo il lieto fine. Fu trovato un capannone a Scafati (Salerno) dove il telescopio, alto 10 metri, vide la luce i primi del 2000. Data l'enormità del progetto e del finanziamento, «decisi di stringere un accordo con l'Eso, partner indispensabile e prestigioso per la futura gestione affinché lo strumento non restasse una cattedrale nel deserto». Tutto bene finché un giorno «non arrivò una telefonata da un collega astronomo, Massimo Terenghi, che in Cile aveva costruito i 4 telescopi del Vlt e mi avvertì piangendo che lo specchio del mio telescopio, progettato a Napoli e costruito in Russia, era arrivato rotto in Cile». Dalla Germania a Santiago lo avevano spedito via mare e nel porto di Rio de Janeiro aveva sbattuto contro un macchinario provocando un morto. «Mi si annebbiò la vista e mi crollò il mondo addosso. Era morta una persona e lo specchio, costato 4 miliardi, si era rotto in mille pezzi. La direttrice dell'Eso mi dette il via libera per ordinarne un altro. Fortunatamente lo specchio era assicurato ma i tempi per veder realizzato il telescopio slittarono. Quando mi precipitai a Mosca per ordinarlo e mostrai le foto dello specchio in frantumi al direttore della fabbrica, un omone grosso simile a Breznev, lui scoppiò in lacrime come un bimbo e mi disse. "Ti prego. Non far vedere questa foto ai miei operai... Non lo sopporterebbero"». Tutti a maniche rimboccate, l'avventura cominciò daccapo, finché il nuovo specchio non raggiunse il Cile sano e salvo per unirsi al suo telescopio, stavolta in aereo. Ora lo strumento campeggia accanto ai "fratelli" del Paranal ai quali farà da "spalla" scientifica catturando una miriade di bersagli a profondità impensabili. «Non posso dirvi quali bersagli perché non lo sappiamo nemmeno noi, ma so per certo che ci saranno grandi scoperte. Cercheremo corpi di cui non sappiamo l'esistenza, comete e asteroidi killer che potrebbero impattare la terra provocando cataclismi, pianeti extrasolari, galassie che entrano in relazione con galassie vicine e chissà: nuove forme di vita». Già le prime luci dal cosmo sono arrivate a noi e «stiamo limando i parametri».  A giugno il professore volerà a Paranal per battezzare il suo figlio prodigio. E sarà come spalancare uno scrigno pieno di tesori, custoditi da miliardi di anni.

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