Il Tirreno

Grosseto

Divisi tra clemenza e pugno duro

<b>CASO MISERICORDIA.</b> &Egrave; aperto il dibattito
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CASO MISERICORDIA. È aperto il dibattito

Lettere e commenti on-line sul caso Misericordia

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 GROSSETO. Da Facebook lo scandalo delle foto del gruppo "Quelli della rianimazione" è nato e ora continua a farne da cassa di risonanza tanto che sulle bacheche si rincorrono i commenti sulla vicenda. Qui in qualche modo l'onda emotiva non si è ancora smaltita e le persone coinvolte vengono giudicate in modo perentorio. Condanna definitiva senza se e senza ma. Schifo e vergogna sono le parole più ricorrenti. «Anziché non far vedere le loro facce dovevano metterli in piazza», scrive ad esempio Tiziana sulla bacheca del Tirreno dopo aver appreso la notizia e visto le immagini.  Michela invece, pur ricordando la necessità di mettere in atto in certi contesti come un reparto di terapia intensiva meccanismi di difesa e di distacco di fronte alla lotta tra la vita e la morte spiega che si è andati oltre, venendo meno il rispetto per i pazienti e i loro familiari. «Indifferenza e negligenza da denunciare assolutamente», conclude. Ovunque si invocano sanzioni pesanti, esemplari. Un po' come ha fatto il candidato sindaco Mario Lolini augurandosi senza mezzi termini che «certi sanitari non mettano più piede in un'ospedale da dipendenti».  Nelle lettere al giornale però il tono dei commenti sembra cambiato, come se alla reazione di pancia fosse subentrata in qualche modo la riflessione. E quell'invito a "contestualizzare l'episodio" (qualcosa di diverso dal giustificarlo o liquidarlo come una carnevalata tra colleghi) che alcuni hanno fatto subito anche on line venendo tacciati di voler insabbiare o assolvere ora è possibile. Lo dimostrano la lettera che pubblichiamo qui accanto, uno sguardo "dall'interno dell'ospedale" che non ha per niente i toni della difesa d'ufficio dei propri colleghi e un'altra molto più estesa dove entra in gioco anche la visione cristiana del dolore.  «In un primo momento la mia reazione si è limitata a dire che quelle persone non meritavano altro che la peggiore delle punizioni - scrive al Tirreno Alessandro Vergni - Il fatto è grave e disumano, e non potrà né dovrà restare impunito».  Le cose però cambiano: «Ho cominciato a rendermi conto che la questione è ben più profonda di una semplice ragazzata». Illuminato per così dire da una persona che ha avuto un familiare in rianimazione e di cui cita le parole: «Il dolore al quale dottori e infermieri devono assistere in quel reparto non può essere sopportato interamente senza che in qualche modo uno non ne scarichi la tensione, senza appunto esorcizzarlo». «Non possiamo stare integralmente davanti al male - osserva Vergni - senza che qualcuno o qualcosa ci dimostri nella nostra vita che anche quel dolore tragico è vinto, riabbracciato e che ha un senso anche se adesso non lo vedo. Così, quel disagio venuto fuori in maniera grottesca è qualcosa che tutti ci portiamo dentro e che nella maggioranza dei casi emerge come fenomeno di segno opposto molto più politicamente corretto, l'indifferenza». Vergni chiude con un pensiero che sa quasi di appello alla distensione dei toni: "Il nostro ospedale è intitolato alla Misericordia e, che si sia malati o che si sia sani, questa misericordia vittoriosa è ciò di cui tutti abbiamo più bisogno». S.L.

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