Il Tirreno

Grosseto

Paese sotto choc per i sequestri

Federico Lazzotti
Paese sotto choc per i sequestri

Mattinata a Porto Ercole tra la scorta del finanziere e i marittimi

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 PORTO ERCOLE. L'Alfa Romeo 147 grigio metallizzata della scorta sbuca puntuale alle 8.15 in piazza Santa Barbara, terrazza sul mare dentro al vecchio paese di Porto Ercole, viuzze strette e palazzine color pastello a due, massimo tre piani. Il luogotente della Finanza Daniele Cappelli, 47 anni e origini senesi, esce da un cancello laterale in ferro battuto.  Prima di lui scendono dall'auto le due guardie del corpo che dall'inizio di gennaio proteggono il luogotenente e soprattutto la sua famiglia dalle possibile minacce. «Salve ragazzi», dice salutandoli. Adriano, due anni e un cappelo allacciato sotto il mento che gli copre la testa se ne sta nascosto dietro la gamba del padre. «Saluta i signori», dice papà. I colleghi, giacca, cravatta e occhiali scuri, fanno «Ciao» con la mano.  In piazza Santa Barbara due operai cercano di mettere in moto un furgoncino rimasto con la batteria a terra. Passa un motorino. «Lavoratori vado a prendere un caffé». Una signora si affaccia alla finestra incuriosita.  Sotto all'edifico che fino alla metà degli anni Novanta ospitava la caserma della Finanza si vede il Golfo di Porto Ercole mangiarsi la luce del mattino che spunta da dietro il Promontorio. In mezzo galleggiano buona parte dei diciassette pontili finiti nella maxi inchiesta condotta dal pubblico ministero Alessandro Leopizzi sulle presunte irregolarità nell'affidamento e nella gestione delle concessioni marittime all'Argentario negli utlimi cinquant'anni.  Il luogotenente non parla. «Non so come l'avete saputo - dice - ma l'unica cosa che posso dirvi è che tutti gli atti sono secretati». Quali minacce abbia ricevuto è difficile dirlo. Quello che è certo è che sono arrivate tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011. Minacce in stile mafioso che lo hanno spinto a informare i suoi superiori che a loro volta hanno sottoposto il caso al Comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico che in meno di 24 ore ha fornito protezione alla sua famiglia a cominciare dal figlio che ogni giorno viene accompagnato all'asilo e poi andato a riprendere.  Da sette anni, il luogotente vive in questa ex caserma affacciata sul mare. Forse è guardando da una delle sue finestre che gli è venuto in mente di indagare su quelli ormeggi, miniera d'oro e fonte di sostentamento per buona parte della comunità, ma assolutamente irregolari - secondo gli investigatori - agli occhi della legge.  Cinque mesi e mezzo di indagini: da maggio fino alla metà di ottobre dell'anno scorso. Mesi durante i quali le fiamme gialle di Santo Stefano sono andati a mettere il naso in mezzo secolo di concessioni, rinnovi e ampliamenti. Un'inchiesta che per il momento ha portato al sequestro del pontile Domiziano, a Porto Santo Stefano, e all'iscrizione nel registro degli indagti di cinque persone, tra cui l'ex dirigente dell'uffico tecnico, ora in pensione, Augusto Donati, già indagato per lo scandalo degli abusi edilizi sul Promontorio.  Da venerdì scorso, giorno in cui la Finanza ha messo i sigilli a un pontile che in estate arriva a fatturare ogni giorno fino a venti mila euro, il paese ha iniziato a tremare. La gente dell'Argentario ha paura. «Gli errori del passato non passono ricadere su un'intera comunità che vive di questo», dicono al bar del porto. La preoccupazione di prossimi sequestri è evidente. C'è qualcuno che incrociando una macchina delle fiamme gialle non riesce a trattenersi. «Chissà che cosa vanno a prenderci oggi». Il luogotente chiude il cancello di casa, dà un'occhiata al figlio. «Adriano dai sali che facciamo tardi». La scorta conosce la strada. I presunti abusi, solo per pochi metri, sono alle spalle.

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