Il Tirreno

Grosseto

Domeniche, petizioni e veleni

<b>SHOPPING </b>domenicale in un negozio In alto gazebo allestiti in piazza Dante
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SHOPPING domenicale in un negozio In alto gazebo allestiti in piazza Dante

Negozianti sempre più divisi: i fronti si sfidano a colpi di firme

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 GROSSETO. La guerra delle firme agita il commercio grossetano. Non delle griffe, ma proprio delle firme, quelle vergate nero su bianco sotto le diverse petizioni avviate sul tema più caldo del più gelido degli inverni: l'apertura domenicale dei negozi. La domanda è una sola: i commercianti di Grosseto vogliono libertà di aprire 52 domeniche l'anno, o vogliono regole che limitino il numero di festivi con lo shopping? Domanda semplice, eppure ancora oggi senza risposta.  Soprattutto, le due associazioni di categoria - Ascom e Confesercenti - non appaiono in grado di precisare quale sia la volontà maggioritaria dei propri associati. E così, i negozianti del pro e quelli del contro si gettano in prima persona nella mischia, avviando ognuno petizioni con le quali far valere, firme alla mano, la legge del più numeroso.  Senonché neppure questa strategia fa chiarezza. Basti pensare al valzer in corso sin dal dicembre 2009: allora i promotori della "libera domenica", sotto le insegne di Ascom, raccolsero ben 174 firme, quasi tutte fra i negozianti del centro; dodici mesi dopo, l'8 dicembre scorso, il fronte delle "domeniche no" di firme ne raccoglie oltre 400 (moltissime in centro), e con questo gruzzolo chiede la "sfiducia" del direttore di Ascom (favorevole alla libera apertura), al quale viene tolto il compito di trattare con il Comune. La maggioranza dei commercianti grossetani è dunque per le chiusure domenicali? Così sembra, e invece no: due giorni fa ecco una nuova petizione per la libera apertura, sottoscritta stavolta da 100 commercianti del centro storico. Fra i quali, per inciso, c'è anche qualcuno dei 400 della petizione precedente e contraria: «Ero distratta e pensavo di aver firmato per far chiudere il centro commerciale alla domenica», dice al Tirreno una negoziante che vuol restare anonima.  E qui si viene al punto: a suon di petizioni, tra gli stessi commercianti - che dovrebbero fare fronte compatto a tutela dei propri interessi - cominciano a scorrere fiumi di polemiche. Come testimonia la lettera del signor Giuseppe Neri. «Mia moglie - scrive - ha un negozio di abbigliamento nel centro storico di Grosseto. È tra quei tanti commercianti che anche con l'attuale libertà di aprire la domenica preferiva stare con la famiglia e dedicare almeno un giorno alla settimana ai figli. Ed è stata tra coloro che hanno firmato per chiedere che le aperture domenicali fossero regolamentate». Quelle firme, come detto, hanno indotto ripensamenti in seno all'Ascom, le cui posizioni, secondo Neri, «finalmente iniziavano a essere più vicine ai piccoli commercianti». Poi però - scrive il lettore - «è successa una cosa strana: solo ieri alcuni dirigenti dell'Ascom (anch'essi commercianti del centro storico) sono tornati alla carica per chiedere una firma per le aperture libere in nome della "libera concorrenza"». E la cosa, al signor Neri, non va giù. «Nei giorni scorsi - dice - il presidente dell'Ascom Claudio Chiti aveva ascoltato noi commercianti, aveva incontrato una nostra delegazione e si era impegnato a rappresentarci al tavolo di concertazione in Comune. Infatti, anche se non personalmente, Chiti venerdì durante l'incontro in Comune si è fatto portavoce delle nostre richieste. E allora perché questa nuova raccolta di firme fatta proprio da alcuni commercianti che sono anche dirigenti dell'Ascom? Cos'è? Uno sdoppiamento di personalità?».  Il punto è - secondo Neri - che la libertà di aprire la domenica non obbedisce al principio della libera concorrenza. Perché la libera concorrenza si gioca a parità di mezzi mentre, a suo dire, qui le forze in campo sono sproporzionate. Per esempio, dice Neri, «il nuovo centro commerciale dispone di parcheggio gratuito? Sì. Il centro storico? No. Il nuovo centro commerciale è sempre pulito e curato? Sì. Il centro storico? Lasciamo perdere».  Insomma, opinioni contrapposte e un dibattito che sembra sempre più dividere, anziché unire, la categoria. Il rischio è che alla fine, paradossalmente, una decisione così importante per la "vita" dei commercianti debba essere assunta senza poter tenere conto di un parere che di fatto non c'è: quello dei commercianti stessi. E.G.

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di Redazione Pisa