Il Tirreno

Grosseto

La domenica senza pace

<b>VETRINE </b>accese o spente la domenica? Il dibattito continua
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VETRINE accese o spente la domenica? Il dibattito continua

Aperti o chiusi? Continua il dilemma del commercio

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 GROSSETO. Continua la battaglia sulle aperture domenicali. Domani è l'attesissimo giorno del "tavolo di concertazione" tra Comune e associazioni, ma intanto fronte del no e fronte del sì continuano a sfidarsi. La legge regionale impone la chiusura 52 domeniche l'anno, ma ogni sindaco può concedere deroghe. Il sindaco di Grosseto di deroghe ne ha concesse ben 43, ma dopo un anno di prova quella scelta sembra scontenatre tutti. Per chi troppe, per chi poche. Così, domani, ascoltate le parti Bonifazi potrebbe "ritoccare" il numero di aperture. E la tensione si fa altissima, soprattutto dopo l'avvento del megacentro commerciale in città.  Ieri il Tirreno ha pubblicato la lettera di un gruppo di consumatori, che bacchettavano i commercianti ostili alla libertà di aprire sempre e comunque. Ora la signora Alessia Baldi (a nome di «un numero imprecisato di altre addette alle vendite») replica. «Mi chiedo - scrive - che tipo di attività svolgono tutte queste persone che chiedono l'apertura domenicale e soprattutto dove sono state le famiglie in questione nelle domeniche di apertura fatte finora. Mi chiedo se con lo stesso entusiasmo con cui scrivono queste cose andrebbero al lavoro nel giorno in cui si riposò anche Nostro Signore. Ricordate che i 400 firmatari del no e gli addetti alle vendite hanno lo stesso diritto di costoro di starsene a casa o in qualsiasi altro posto con i propri cari, almeno un giorno alla settimana. Si sappia - conclude la lettera - che l'apertura domenicale di certo non favorisce l'incremento dei volumi e il benessere dei piccoli commercianti per i quali noi lavoriamo, ma favorendo la grande distribuzione si mettono a rischio i nostri posti di lavoro».  Di tutt'altro avviso è Orazio Olivo, del grande negozio Coin. «Come commerciante del centro storico mi permetto di motivare i miei colleghi perché possano guardare un po' più in là del loro passato», scrive Olivo. «La nostra società è cambiata e con essa deve cambiare anche il mondo del commercio. Il 21 novembre scorso, giornata festiva in cui era prevista la chiusura dei negozi, mi sono trovato in una piazza dalla quale partivano due autobus diretti a un centro commerciale della nostra regione. Con questo non voglio dire - continua Olivo - che se fossimo stati aperti l'avremmo impedito. Ma voglio dimostrare che sono cambiati i costumi e che la gente ha acquisito una tale facilità di mobilità che non è affatto impensierita se i nostri negozi sono chiusi. Non voglio supporre che noi commercianti abbiamo lo scopo sociale di svolgere un servizio per la città e per chi la visita, ma io cerco di far trovare aperto il mio negozio quando i miei possibili clienti hanno piacere che sia aperto. Durante la settimana lavorativa, non tutti hanno il tempo e la sufficiente tranquillità per farlo».  E sull'idea di stare tutti chiusi per combattere la concorrenza del centro commerciale il giudizio è secco: «Una visione un po' miope», dice Olivo. «Il nostro "Centro commerciale", quello naturale, il nostro centro storico, non potrà mai entrare in competizione con quelli artificiali. La qualità dei negozi e le oltre 300 attività, rappresentano un polo d'interesse difficilmente eguagliabile». Dunque, conclude Olivo, la ricetta è una: «Essere uniti», per migliorare il centro storico «con iniziative accattivanti, dedicando, ciascuno di noi, un po' di tempo e di risorse, nell'attuazione di un programma condiviso». V.N.

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