Il Tirreno

Grosseto

La protesta degli addetti ai siti archeologici maremmani: i computer li portano da casa

Soldi finiti al parco di Roselle

Elisabetta Giorgi
<b>MURA. </b>A Roselle rischiano di crollare
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MURA. A Roselle rischiano di crollare

«I giacconi e le scarpe ce li compriamo da soli»

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 GROSSETO. Dopo il cedimento di alcune parti di mura ciclopiche, dopo l'sos lanciato dalla Soprintendenza ai beni archeologici, adesso scendono in campo i custodi, gli "angeli degli scavi". Sono in tutto 25 e lavorano in condizioni proibitive a Roselle, Cosa e Ansedonia, i tre gioielli archeologici maremmani sprofondati da tempo nella terra di nessuno. Nessun soldo ministeriale per tutelare i siti, scavi bloccati da anni e, non ultimi, accessori (computer, telefoni, indumenti) centellinati. «Scarpe e giacconi - spiegano i lavoratori - dobbiamo comprarceli da soli».  Alcuni giorni fa si è svolta a Firenze un trattativa nella sede della Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana.  Presenti la Rsu e le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil dell'intera Toscana, che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale, "causa la mancata assegnazione dei fondi per l'acquisto delle divise del personale, operante in tutte le aree archeologiche della regione" (sono circa quaranta).  All'appuntamento non è mancata una delegazione sindacale maremmana (Cgil e Cisl funzione pubblica, Uil Pa), che alla fine della bollente riunione ha prodotto un documento unitario.  «Abbiamo sollecitato l'amministrazione - scrivono - a mettere in campo tutte le iniziative necessarie per portare all'attenzione del ministro per i beni e le attività culturali il problema relativo ai fondi, già disponibili per l'acquisto delle divise ma che a seguito dei tagli alla spesa pubblica non sono stati più accreditati».  La richiesta delle divise da parte del personale operante in tutte le aree archeologiche della Toscana potrà apparire «anacronistica e velleitaria», mettono le mani avanti i custodi grossetani, ma «in un sito archeologico vasto e culturalmente rilevante come quello della provincia di Grosseto diventa indispensabile, per il personale preposto alla vigilanza e alla tutela dei beni archeologici, indossare un abito che lo renda immediatamente riconoscibile ai visitatori e a eventuali malintenzionati, rendendo le operazioni di presidio del sito ancora più efficaci e tempestive».  Per fare un esempio pratico: scarpe e divise «servono a consentirci di fare un lavoro in sicurezza, arrampicarci sui percorsi in salita, incunearci nei boschi, garantirci una certa visibilità contro il rischio dei cacciatori». In poche parole: non farsi sparare addosso.  A questo punto, visto lo stallo della vertenza in atto, i lavoratori non escludono il ricorso a «successive e più incisive forme di lotta», le cui modalità sono da definire (non si esclude neppure lo sciopero).  Come se non bastasse, oltre al problema delle scarpe e dei giacconi che i custodi devono comprarsi da soli, ci sono un'infinità di altri punti che, pur non essendo sul tavolo di questa vertenza, non sono meno importanti.  Al parco di Roselle mancano i computer: i lavoratori devono portarseli da casa. In pratica si autotassano per lavorare: investono i propri soldi.  Il telefono c'è, ma manca una linea adsl per accedere a internet. «Sono anni che viviamo in queste condizioni. Protestare proprio ora sembrerà inopportuno», concludono, ma chissà se, dopo il crollo di Pompei, non sia il momento giusto per scoperchiare il vaso di Pandora.

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