Il Tirreno

Grosseto

Arcille. Ecco le motivazioni della sentenza per il tentato omicidio del febbraio scorso. Chaffai ha avuto 6 anni

«Condannato perché voleva uccidere»

Pierluigi Sposato

Il giudice: aveva usato un coltello per risolvere una lite per futili motivi

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 ARCILLE. Il giudice non ha dubbi: Mohamed Chaffai voleva uccidere Mohammed Najam Hadj Mahhi. Aveva usato un coltello per risolvere la lite, invece di prendere l'altro a pugni; aveva indirizzato il colpo al collo; lo aveva colpito nonostante che Hadj gli stesse chiedendo scusa. La tesi difensiva della derubricazione in lesioni gravi non può trovare spazio. Non c'è stato ravvedimento, perché non può essere considerato tale la telefonata ai carabinieri del giorno successivo per autodenunciarsi. Non c'è stato soccorso alla vittima. E i motivi sono «pacificamente abietti e futili». Per questi motivi, partendo dai 21 anni di pena base, il giudice Molino gli ha inflitto 6 anni di condanna da scontare in carcere: equivalenza tra l'aggravante dei futili motivi e le attenuanti generiche; diminuzione per il tentativo; ulteriore diminuzione per la scelta del rito abbreviato (lo sconto di un terzo). Adesso depositate, le motivazioni costituiscono base di appello per il difensore Baccheschi: che alla volontà omicida (voluntas necandi, la definisce il giudice) non ha mai creduto.  L'episodio, oggetto dell'udienza preliminare del 16 novembre scorso, risale alla sera del 4 febbraio 2010: quella sera - così come ricostruito dai testimoni - in un casolare in località Sticcianese di Campagnatico un gruppo di marocchini stava cenando, mangiando del formaggio: Chaffai coabitava con altri tre. «È entrato Chaffai salutando in arabo, Hadj gli ha detto scherzando di salutare in italiano, allora Chaffai si è arrabbiato, ha preso un coltello da cucina e ha colpito Hadj mentre questi gli chiedeva scusa. Non sembrava ubriaco. Tutto è iniziato con l'episodio del saluto, Chaffai ha iniziato a offendere con parole in arabo e italiano, Hadj gli chiedeva scusa e cercava di calmarlo». La coltellata alla base della gola, la fuga, la telefonata di Chaffai a uno del gruppo («prenditi cura di mia sorella e di mio fratello»), il giorno dopo la telefonata al 112 («sono al bar Monica, venitemi a prendere»), il tentativo estremo di sottrarsi alla cattura, il fermo, la convalida, il carcere.  Il giudice ha preso in esame anche il referto medico: il primario Natale intervenuto sulla ferita di Hadj aveva parlato di una ferita da taglio estesa per 4-5 centimetri e riferiva che le condizioni del paziente al momento del ricovero erano da considerarsi drammatiche con elevatissimo rischio di vita».  Il coltello appuntito, nota il dottor Molino, può anche causare la morte di una persona. Specialmente se indirizzato al collo dove transitano vasi sanguigni come carotide e giugulare. «Solo per la bravura e la rapidità dei sanitari intervenuti Hadj è riuscito a tirarsi fuori da quella che lo stesso chirurgo ha definito come una situazione drammatica». E «il colpo al collo non derivò da una colluttazione o da un errore di mira o dall'interazione di un qualsiasi altro fattore, quanto da una precisa e volontaria traiettoria (dal basso verso l'alto) azionata da Chaffai». L'alcol? Non è certo. «Ciò che conta è che la condotta sia stata da lui coscientemente voluta, situazione non certo escludibile per effetto di un eventuale lieve stato di eccitazione alcolica».

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