Attenzione
Morì a 9 mesi: «Nessun colpevole»
Federico Lazzotti
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TRAGEDIA. La piccola Asya e lospedale Misericordia Chiesta l'archiviazione: «Medici negligenti, ma niente reati»
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GROSSETO. Asya Perri sorride nell'ultima foto scattata da mamma e papà: una garza in testa e gli occhi grandi. Avrebbe compiuto 10 mesi il 27 luglio dell'anno scorso: è morta il giorno prima all'ospedale Misericordia per una "malformazione al cuore" che i medici non le hanno diagnosticato. Nonostante la piccola, una settimana prima, fosse stata sottoposta a un elettrocardiogramma i cui risultati evidenziavano una "sofferenza cardiaca". Per la morte di Asya sono iscritti nel registro degli indagati in quattro: il primario di Pediatria, Ezio Gabriele Barlocco; Maria Angela Bernardi e Federica Ciciarini, che dimisero la piccola rispettivamente il 24 luglio e il giorno del decesso; e Stefano Minelli. Per loro l'accusa è di omicidio colposo. A distanza di un anno e tre mesi dall'apertura del fascicolo, il pubblico ministero Maria Navarro ha chiesto al giudice per le indagini preliminari l'archiviazione del caso perché «nonostante l'estrema negligenza dei medici», anche una corretta diagnosi «non avrebbe consentito di scongiurare il decesso della piccola per le alte percentuali di mortalità legate a questa patologia». Errore sì, ma non mortale. Secondo il legale della famiglia Perri e suoi periti, invece, il nesso tra la negligenza e il decesso «esiste» e la piccola «poteva essere salvata. Sarebbe bastato leggere correttamente l'esame e fare ulteriori accertamenti, in particolare con un eco-cuore, avrebbero individuato il tipo di patologia». L'odissea della famiglia Perri inizia a maggio 2009 quando la bimba ha le prime crisi respiratorie. I genitori, originari di Crotone - Alessandro è operaio, Costanza casalinga - da anni vivono nel paesino di Sant'Angelo in Colle, provincia di Siena ma più vicino a Grosseto. Ecco perché scelgono il Misericordia per curare la figlia quando accusa i primi sintomi. Accertamenti, esami, fino al 17 luglio quando Asya viene ricoverata in Pediatria e sottoposta all'elettrocardiogramma incriminato: «Problema neurologico - dicono al Misericordia - probabilmente legato a epilessia che le causa ritardi nella crescita e frequenti crisi respiratorie». Così le viene prescritto un antiepilettico, il Tegretol. «Con quella cura - raccontano i genitori - smise di ridere e iniziò a vomitare». Le prime dimissioni sono del 24 luglio, ma tre giorni più tardi, è domenica mattina, la piccola ha un nuovo attacco e mamma e papà la portano di corsa in ospedale. «Datele questo sciroppo e tornate pure a casa», dice il medico. Nel tardo pomeriggio la bimba ha una seconda crisi: respira male e i genitori si mettono di nuovo in macchina per raggiungere il Misericordia. Ma è troppo tardi: Asya viene dichiarata morta alle 20.05. Nel mirino del legale anche la perizia tecnica dei due esperti nominati dalla Procura, in particolare il capitolo che riguarda le cause della morte: «Asya Perri, contrariamente a quanto sostenuto dalla consulenza tecnica richiesta dal pubblico ministero - si legge nell'opposizione - non è deceduta per una miocardia dilatativa, ma per una cardiopatia reattiva». Sostiene il pm - allegando alla richiesta la perizia tecnica di due esperti - che non ci sarebbe, dunque, «un nesso causale» tra l'errore dei medici e la morte della bambina. Una tesi che l'avvocato fiorentino Antonio Voce cerca di smontare. «Indipendentemente dalle percentuali di sopravvivenza - scrive nelle sue conclusioni - sta di fatto che l'omessa diagnosi iniziale riguardo al problema cardiaco ha limitato, nei giorni successivi, la possibilità di intervento terapeutico, sia farmacologico che chirurgico, sulla piccola Asya e ridotto drasticamente le sue chance di sopravvivenza. Dire che sarebbe morta ugualmente - incalza il legale - è una tesi non condivisibile». Perché l'errore «c'è stato». Ecco perché l'avvocato ha presentato richiesta di opposizione in Procura dopo che il pm ha chiesto l'archiviazione a fine settembre. Nel fascicolo una dettagliata analisi della patologia, riferimenti accademici sull'argomento, percentuali di sopravvivenza e la descrizione di nuove tecniche di trapianto che avrebbero dato ad Asya la speranza di vivere. Tre, infine, le domande che la famiglia, a distanza di quindici mesi e dopo i risultati dell'autopsia, fanno al giudice chiedendo non chiudere il caso. «Potevano i sanitari che accettarono il 17 luglio Asya e quelli che poi la assistettero nel reparto di Pediatria fino al 24 orientare in diversa direzione la loro diagnosi? In particolare poteva essere presa in considerazione la causa cardiaca come responsabile della sintomatologia della piccola? E infine: è sufficiente un esame elettrocardiografico per escludere eventuali malformazioni cardiache o vascolari?».
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