Attenzione
Abbattuta l'enorme stalla abusiva
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ALBERESE. La grande stalla costruita senza permesso nella zona protetta. Il pastore vi ricoverava centinaia di ovini Sopra un altro manufatto abusivo dei tanti venuti su come funghi Un pastore l'aveva tirata su nell'area protetta, senza autorizzazioni
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ALBERESE. Non poteva lasciare centinaia di pecore senza tetto. Così, all'interno del Parco della Maremma, in un terreno di proprietà, aveva realizzato un megacapannone lungo quasi 60 metri e largo 11. Ma l'ha realizzato in assenza del permesso a costruire e altre autorizzazioni e nullaosta. La struttura era venuta su, quasi come un fungo, con altezza variabile tra 3 e 5 metri, poggiando su colonne di legno. Un paio di anni fa, nel gennaio del 2009, il clamoroso abuso era stato scoperto e denunciato dai guardaparco e di recente il tribunale di Grosseto - giudice Sergio Compagnucci - ha condannato l'allevatore a sei mesi di reclusione (pena sospesa), a rifondere l'Ente Parco delle spese di lite (1.275 euro) e a ripristinare lo stato dei luoghi. L'avvocatura della Regione Toscana, nei giorni scorsi, ha comunicato la chiusura del "caso". S.P., 62 anni, ha saldato così il suo conto con la giustizia e la vigilanza del Parco ha diffuso ieri una nota, corredata di fotografie, per dimostrare come l'operazione di polizia giudiziaria abbia raggiunto l'obiettivo, riportando decoro in tutta l'area. L'allevatore aveva costruito un enorme capannone, dotato addirittura di impianto elettrico, per adibirlo al ricovero di centinaia di ovini, fissandovi intorno una recinzione metallica che circoscriveva l'abuso ad uno spazio di 1.300 metri quadrati. Non solo. Stando agli atti scaturiti dai sopralluoghi era passata nel dimenticatoio la costruzione di un adeguato sistema di raccolta delle acque e dei liquami derivanti dall'allevamento, permettendone così lo sversamento in un canale di bonifica che corre lungo una strada provinciale molto transitata prima di sfociare in mare. Nel corso dell'indagine, nella proprietà di S.P., i guardaparco avevano trovato anche un altro manufatto abusivo in lamiera (un box di 5,50 x 2,50 metri), un caravan e due auto abbandonate (da considerare quindi come rifiuti) e un bosco di oltre 11 ettari di pineta (giovane) illecitamente impiantato ancora prima che l'allevatore acquistasse il terreno. Insomma una situazione che nulla aveva a che vedere con un'area protetta. Così per gli agenti di polizia giudiziaria del nucleo tutela del territorio dell'Ente Parco prima e per il giudice poi c'è stato molto da lavorare. Adesso, dopo la condanna dell'uomo, rispettando in modo rigoroso l'ordinanza del tribunale, la zona è tornata al suo aspetto originario. Un ripristino dei luoghi a regola d'arte. «La tutela di un Parco - spiega il direttore, l'architetto Enrico Giunta - è rappresentata anche dalla corretta gestione del patrimonio edilizio esistente e del territorio sul quale esso insiste; una competenza, questa, che mette l'Ente in relazione con i proprietari, i conduttori delle aziende agricole, gli allevatori. È demandato a noi infatti il conferimento dei nulla osta preventivi al rilascio di ogni atto da parte del Comune competente, alla realizzazione di un intervento edilizio o di trasformazione del territorio. Noi cerchiamo sempre, da anni, di mantenere il giusto equilibrio tra i legittimi interessi dei privati, che ovviamente esistono, e il perseguimento dei fini istituzionali dell'Ente, senza che ciò porti a tensioni sociali o a manifestazioni di rifiuto nei confronti del Parco, incentivando invece il consenso e la consapevolezza del valore aggiunto rappresentato dalla localizzazione di un'attività all'interno di un'area protetta». (f.l.)
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