Finanza
LANALISI
Ma il partito delle persone è tornato partito dei dirigenti
Guido Fiorini
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Il partito delle persone è tornato a essere il partito dei dirigenti. Questa è la strada percorsa dal Pd, anche in Maremma. I numeri sono chiari: siamo passati dalle primarie per Prodi, con oltre 22mila votanti in provincia, ai 18mila che incoronavano Veltroni e siamo finiti all'indicazione della classe dirigente con il voto della metà di quei 2643 iscritti che nel settembre del 2009 hanno scelto Bersani. E' bastato il consenso del 7 per mille dei cittadini (hanno votato per Bersani 1.619 cittadini su 227 mila residenti in provincia) per scegliere chi guiderà il partito di maggioranza relativa che amministra la Provincia e 24 Comuni su 28, tra cui il capoluogo. Al punto che oggi, dopo che i maggiorenti del partito hanno dichiarato che non appoggeranno autocandidature (come invece prevede lo statuto) il segretario regionale Andrea Manciulli "caldeggia" Barbara Pinzuti, esponente di fiducia dell'on. Sani, alla segreteria provinciale. Che le cose non funzionassero nel Pd era chiaro da quando al segretario uscente Marzio Scheggi, a metà mandato, era stato affiancato di autorità un esecutivo che, anziché coadiuvarlo nella guida del partito, esprimeva veti incrociati a tutela dei gruppi di cui ciascun membro era espressione. La vicenda delle nomine delle partecipate Fiora, Coseca e Epg ha poi fatto emergere le intese trasversali nate tra dirigenti che volevano tutelare la propria poltrona, e che hanno usato le designazioni come collante che rinforzasse il proprio peso politico. Il tutto dimenticando le regole. Il partito delle persone, senza alcuna modifica statutaria, è oggi diventato quello dei (pochi) dirigenti, che usano primarie e congressi solo per ratificare scelte fatte altrove e senza alcun coinvolgimento della base. Il lungo percorso congressuale non ha visto la genesi di neanche un documento politico. E a poco sono valsi i continui richiami all'unitarietà gridati dalla segreteria regionale. Ma quando l'unitarietà è apparente, e il dissenso viene soffocato, la prima reazione è lo sconcerto, specie tra i militanti di un partito che si chiama democratico. Il passo successivo, però, è la debolezza del vertice, la mancanza di rappresentanza e la incapacità di decidere. L'anno trascorso dall'attestazione della maggioranza Bersaniana-Manciulliana, infatti, ha messo in evidenza l'incapacità dei vincitori di partorire il proprio progetto politico. Poche settimane fa il deputato espressione dal territorio (che in quell'occasione però non fu chiamato a esprimersi per sceglierlo) faceva presente l'evidente necessità che il segretario provinciale fosse espressione di Grosseto; è bastato il ritiro della candidatura di Massimo Alessandri perchè l'on. Sani cambiasse strategia e indicasse che dovesse essere la zona nord a esprimere il segretario: Barbara Pinzuti, assessore a Follonica, dipendente del partito e responsabile organizzativo. Alla faccia della necessità di Grosseto e dello statuto, che vieta il cumulo di cariche. La sensazione per gli iscritti e, soprattutto, per quei simpatizzanti che, dopo il congresso dell'ottobre scorso, paiono non rivestire più interesse per il Pd, è che le regole e i principi servano solo per eleggere i propri amici; altrimenti si cambiano. In questo quadro, non è facile il compito che attende Barbara Pinzuti o chiunque altro, alla fine, le assemblee comunali dovranno "ratificare" come proprio segretario. Non si sa con quale autorevolezza potrà convincere dirigenti dissenzienti, militanti, simpatizzanti e, soprattutto, i cittadini chiamati al voto nella prossima primavera in sei Comuni, tra cui il capoluogo. Ne è passata di acqua sotto il ponte dei democratici rispetto a due anni fa, quando l'afflusso del popolo della sinistra alle primarie induceva i dirigenti del centro destra a interrogarsi pubblicamente sulla mancanza di partecipazione all'interno del loro schieramento.
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