Sicurezza
Tutti condannati per il gazebo di via Manin
Pierluigi Sposato
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VIA MANIN Il gazebo adesso rimosso del Mercedes Cafè Questa volta il giudice riconosce colpevoli anche i committenti dell'opera
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GROSSETO. Stavolta sono tutti colpevoli, anche i committenti. Nei precedenti due processi (giudici Addimandi e Puliatti) erano stati condannati solamente i tecnici. Il giudice Marco Bilisari la pensa invece diversamente. E per la vicenda del Mercedes Cafè di via Manin, la "madre" di tutti i processi gazebo, ha condannato anche Mario Salvestroni committente (in questo caso la presidenza dell'Assoindustria nulla ha a che vedere), Fabrizia Evangelisti legale rappresentante della Balthasar srl conduttrice dell'immobile e Catia Fioretti, legale rappresentante di Mercedes Benz Cafè srl conduttrice e committente. Le seconde due hanno avuto 2 mesi di arresto e 7.000 euro di ammenda. Salvestroni invece 2 mesi, 20 giorni e 8.000 euro così come l'architetto Rosanna Chionsini responsabile del procedimento amministrativo per il Comune, Franco Fantoni tecnico incaricato dell'istuttoria e il geometra Sergio Simi, progettista firmatario della Dia. Catia Fioretti ha avuto anche una pesante condanna per la violazione dei sigilli, quando pochi giorni prima del Natale 2007 (il sequestro era del 2 ottobre) aveva addobbato il locale: 2 anni e 315 euro di multa. Il gazebo è stato nel frattempo rimosso. La lettura del dispositivo è arrivata poco prima delle 21 di lunedì sera, al termine di un'udienza durata oltre 4 ore, in cui hanno reso dichiarazioni spontanee sia la Fioretti («Mi occupavo dell'attività del bar non del gazebo; sono entrata nel gazebo dopo il sequestro dopo che l'avvocato aveva detto che avrebbe fatto istanza») sia la Evangelisti («Io e la Fioretti eravamo semplici impiegate, anche se avevo accettato di diventare amministratrice e non ho mai partecipato alla formazione delle Dia»). Poi è stata la volta del pm Giuseppe Coniglio. Una posizione chiara quella della Procura: l'opera non è precaria, non è installata in adiacenza né in area prossima ma costituisce un mero ampliamento della superficie e della volumetria esistente; e se fosse stata un'installazione temporanea, sarebbe stata sufficiente una Dia semplice, non onerosa; quella non è una pertinenza anche perché supera abbondantemente il 20% della volumetria complessiva; l'unico titolo legittimo sarebbe stato il permesso di costruire. E i tecnici? I tecnici non possono invocare l'applicazione del regolamento perché questo era palesemente illegittimo. Inoltre, sempre secondo la Procura, la polizia municipale già dal 1999 aveva segnalato al Comune la violazione delle norme. E i privati? Non possono appellarsi all'ignoranza della legge: sarebbero stati pienamente consapevoli perché le modalità realizzative fanno escludere che si volesse realizzare un'opera precaria e soggetta a facile demolizione. E poi il gazebo non sarebbe mai stato aperto completamente: se invece fossero state osservate queste prescrizioni minime indicate nel regolamento comunale, il pm avrebbe potuto riconoscere la buona fede dei proprietari. Quindi le arringhe degli avvocati Valle, Gulina, Tamburro, De Cesaris-Sorace, Leporatti. Il giudice è tornato in aula dopo oltre un'ora di camera di consiglio. Ha mitigato le richieste del pm Coniglio che aveva chiesto 6 mesi e 10mila euro per Salvestroni, Evangelisti e Fioretti nonché 1 anno e 2.000 euro per Chionsini, Fantoni e Simi. Ma ha condannato tutti, sospendendo la pena, rispettando nel dispositivo la richiesta di 2 anni per Fioretti. Adesso c'è attesa per il deposito delle motivazioni, entro due emi, che chiariranno perché anche i committenti - a differenza degli orientamenti di altri giudici dello stesso Tribunale - devono essere considerati responsabili della contravvenzione.
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