Attenzione
«Mio figlio pestato Scendo in piazza per avere giustizia»
Federico Lazzotti
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PESTAGGIO È avvenuto la settimana scorsa in piazza San Francesco 2 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Per chiedere giustizia andrà in mezzo ai ragazzi. Indosserà una maglietta con la scritta: «Sono la madre di Attilio», prenderà una sedia e si metterà seduta in piazza San Francesco. Alla stessa ora di una settimana prima, le 22.15, in un angolo della stessa piazza suo figlio è stato pestato da quattro coetanei: calci in faccia e alle costole fino a farlo svenire. Da sette giorni polizia e carabinieri danno la caccia ai responsabili scontrandosi con i silenzi di chi potrebbe aver visto. «Una pista c'è - ammettono gli investigatori - ma c'è anche una certa reticenza dei testimoni a parlare». È per provare ad abbattere il muro di gomma che non sente e non parla che stasera mamma Betty consegnerà ai passanti «soprattutto ai genitori» una lettera. In poche righe racconta il dolore di che ha visto suo figlio ridotto a una maschera di sangue e che da una settimana lo vede mangiare liquidi con una cannuccia perché «non può masticare». «Ho deciso di fare questa prima manifestazione perché in questi giorni mi sono accorta che le persone hanno paura a raccontare quello che hanno visto. E questo timore è soprattutto tra i genitori che invece dovrebbero dare il buon esempio. Io non auguro a nessuno di vedere il proprio figlio come l'ho visto io. Quella di sabato scorso non è stata una rissa ma un pestaggio, alla fine del quale Attilio è stato lasciato a terra svenuto». Betty ha origini brasiliane, ma suo figlio è nato e cresciuto in Italia. «Si parla di integrazione - dice - per quello che mi hanno raccontato Attilio è stato picchiato perché rideva. Perché chi lo ha pestato ha pensato che lo stesse prendendo in giro». Quando è rimasto solo sarebbe partito l'attacco. «Lo hanno buttato a terra. Ridevano e gli davano un calcio per uno. E mentre uno colpiva gli altri applaudivano. Io - conclude - vengo da un Paese, il Brasile, che è considerato il più violento al mondo. Potevo vivere a Milano o Roma ma ho scelto la Maremma perché me ne sono innamorata e pensavo che una violenza così, brutale e gratuita, non potesse arrivare fin qui».
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