Il Tirreno

Grosseto

«Quante irregolarità nelle ex colonie»

<b>CASO CHIUSO. </b>Corte dei Tusci
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CASO CHIUSO. Corte dei Tusci

Corte dei Tusci, gli amministratori salvati dalla prescrizione «Abbattimenti arbitrari e serviva il parere della Sovrintendenza»

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 SCARLINO. Ci sono state anomalie e omissioni, ma non il dolo. Ci sono state delle irregolarità, ma si è trattato di semplici contravvenzioni e non di delitti, come ad esempio nell'abbattimento delle piante, commessi entro il 2004, prima dell'entrata in vigore della nuova normativa e dunque prescrivibili. Ci sono poi stati dei comportamenti assolutamente irreprensibili. Ecco perché gli amministratori del Comune di Scarlino e tutti gli altri soggetti coinvolti non possono essere puniti per la vicenda dei presunti abusi commessi con la costruzione del complesso residenziale Aviomar "Corte dei Tusci" nel luogo dove un tempo sorgevano le tre ex colonie marine. Sono queste le motivazioni adesso depositate della sentenza con la quale il 18 giugno scorso il giudice Puliatti ha dichiarato la prescrizione per l'ex sindaco Alduvinca Meozzi e l'attuale Maurizio Bizzarri, per i consiglieri Fiorenzo Ferri, Ezio Malossi, Alessandro Lelli, Giorgio Martellucci, Marcello Stella, Tamara Fierli, per Patrizio Biagini, componente della commissione di gara e responsabile del procedimento. Ha anche assolto per non aver commesso il fatto Vincenzo Bentivegna, Silvia Viviani, l'avvocato Nicola Tamburro, Maria Rita Salemme, Ferido Ferrari, componenti della commissione di gara, e a Daria Scordamaglia e Barbara Spinola, amministratori delegati di Aviomar. L'assoluzione perché il fatto non costituisce reato è per Marco Fabbri, progettista e direttore dei lavori, Luciano Adami, presidente di Aviomar (titolare del diritto di superficie e committente), e Armando Vanni, allora legale rappresentante del Consorzio Etruria esecutore.  Il giudice tira comunque le orecchie agli amministratori che votarono le delibere nel 2000 perché le concessioni erano state emesse senza la richiesta di un parere alla Sovrintendenza per lo meno per uno dei fabbricati originali (come invece avrebbe voluto fare l'architetto Bellucci entrato in contrasto per questo motivo con l'allora sindaco Meozzi - si era poi dimesso) e senza tener conto della sicura lesione del bene paesaggistico, perché era eccessiva la superficie dell'intervento, impattante sul patrimonio paesaggistico e arboricolo. In particolare, secondo il dottor Puliatti, «una delle tre ex colonie ben poteva essere oggetto di un recupero che ne rispettasse le caratteristiche strutturali». Il giudice rileva poi dubbi «dalla lettura delle specifiche della gara e dalla "fretta" nell'aggiudicazione, che porterebbe a ritenere la sussistenza di una agevolazione della società poi aggiudicatasi la gara». Ma, come ammesso dallo stesso pm Leopizzi, non c'è prova di dolo né per un'ipotesi di abuso d'ufficio. Infine, «l'aumento della cubatura, seppur consentito in generale per la destinazione data al nuovo insediamento, nello specifico avrebbe comportato un sensibile impatto sulla vegetazione esistente, al di là di quanto poi sarebbe stato autorizzato dal corpo forestale in ordine al numero delle piante da abbattere», che secondo l'accusa furono ben 191 invece che 81 («abbattimento arbitrario»). «Apprezzabili» le anomalie nella procedura amministrativa, di cui secondo il giudice aggiudicatari ed esecutori avrebbero dovuto essere sicuramente consapevoli. Eppure resta il dubbio. Dubbio che invece non esiste per i componenti della commissione di esperti né per i componenti del cda. (p.s.)

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