Toscana
A un anno dallarresto è tornato a lavoro allufficio tributi e si dice pronto ad affrontare il processo
«Un incubo i tre mesi in carcere»
L'ex sindaco di Campagnatico: sopravvissuto grazie a fede e famiglia
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ARCILLE. «Nei tre mesi passati in carcere, in isolamento, mi hanno aiutato il pensiero della famiglia e la fede. È così che sono sopravvissuto alla solitudine. In quei cento giorni in cella ho potuto incontrare solo il vescovo, mentre soltanto Monica Faenzi e Paolo Bartolozzi hanno avuto il coraggio di provare a venirmi a trovare, senza riuscirci. Ma per me quello ha voluto dire molto». La vita di Elismo Pesucci è stata stravolta, da quella mattina del 6 agosto del 2009, quando fu arrestato dalle Fiamme Gialle, nell'ambito dell'inchiesta "Amici Miei", insieme a Avni Cela, imprenditore edile, Vito Accardo e Santo La Rocca, costruttori siciliani, al dirigente del Comune di Campagnatico Emanuele Barone, al costruttore grossetano Massimiliano Palazzesi e a Massimo Pifferi, membro della commissione appalti. Corruzzione e gestione illecita di applati pubblici è l'accusa. Per Pesucci la misura cautelare fu la carcerazione, «il massimo possibile - dice - 3 mesi di cui 20 giorni di completo isolamento», passata in parte nel carcere di Pisa e in parte in quello di Prato. Oggi Pesucci è libero, è in attesa di giudizio, e su di lui pende comunque un ricorso del procuratore che vorrebbe che non gli fosse permesso di avvicinarsi a Campagnatico. Intanto, però, è tornato a lavoro nel suo Comune. «Sono rientrato all'ufficio tributi - dice - sto in uno stanzino, lo dico senza polemica, e mi occupo dell'inserimento di carte che altri mi passano». Dell'esperienza del carcere parla come di «un periodo estremamente negativo, perché dopo aver lavorato anni per il bene del tuo Comune e magari ti aspetti una medaglia, invece ti arriva una mazzata tra capo e collo, e fa male». Intorno a Pesucci, da quel 6 agosto, sembra essersi creato il vuoto. Anche il silenzio degli amici di un tempo, quelli della politica, è stato assordante. «Ho avuto la solidarietà di tanti amici e cittadini» dice, quasi a evitare il discorso, ma poi ci entra dentro. «Capisco - aggiunge - che intorno a me si era creato uno Stato di polizia, capisco la paura di molti anche solo a darmi la loro solidarietà, ma ci sono state persone come Monica Faenzi e l'onorevole Paolo Bartolozzi che ci hanno provato, anche se gli è stato impedito di venirmi a trovare, l'unico al quale non è stato negato, seppure dopo una lunga trattativa, è stato il vescovo Agostinelli, le sue parole mi sono state d'aiuto nei momenti più bui. Dal carcere mi è stato negato anche di telefonare a mia figlia che ha 12 anni, perché avrei potuto inquinare le prove». Cosa lo ha sostenuto? «La mia forza è stata la famiglia, ma in queste situazioni bisogna anche che il Signore ti dia la forza dall'alto. C'erano persone - prosegue Pesucci - che si imbottivano di farmaci, io non ho mai preso niente, ma mi consolavo pensando che in fondo siamo in una democrazia, che non c'è la pena di morte né i campi di concentramento, ma un'esperienza simile non la auguro a nessuno, penso che la carcerazione preventiva dovrebbe essere riformata: eliminata o applicata solo a casi davvero estremi». Sulla scelta di non patteggiare, ma di andare al dibattimento spiega: «Ognuno fa le sue scelte. Io ho sempre voluto parlare - racconta - perché non ho nulla da temere, ho solo paura che la gente non dica la verità, per il resto sono pronto a rispondere a tutto e quando saremo a bocce ferme farò chiarezza anche delle tante menzogne che sono state scritte».
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