Il Tirreno

Grosseto

Nel pensiero di Bianciardi una biblioteca più funzionale in una Grosseto "aperta"

Mauro Papa   Direttore Cedav Grosseto
<b>CEDAV.</b> Mauro Papa
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CEDAV. Mauro Papa

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In riferimento all'articolo di ieri, mi fa piacere constatare come l'architetto Aureli possa essere annoverato tra i più autorevoli e sicuri esegeti del pensiero di Bianciardi. Se "anche ai liceali del primo anno appare chiaro il riferimento ferocemente critico alla Grosseto Kansas City", questa ferocia non appare chiara a me e alla maggior parte dei lettori del "Lavoro culturale" che liceali lo sono stati molti anni fa. Comunque, al di là della personale opinione che ognuno (anche il sindaco) legittimamente può maturare, si può discutere per ore sull'interpretazione dei brani di Bianciardi, ma non sugli esempi concreti di una attività che, guarda caso, si esplicò proprio nella direzione della biblioteca Chelliana oggi al centro del dibattito. Ad esempio, il tentativo di trasformare la Chelliana da biblioteca storica a moderno strumento di lavoro e di crescita culturale della "nuova" cittadina e del territorio maremmano. Basti pensare al bibliobus e all'intenzione di portare la biblioteca "fuori" dalla sua sede per creare le condizioni di una fruizione più ampia; o il fatto che il mito americano di "Kansas City", come metafora dell'apertura culturale, fosse alimentato nella realtà dalla letteratura abbondantemente acquistata dal direttore per la biblioteca. Se invece, nel pensiero bianciardiano, c'è un oggetto di critica su cui è difficile opinare è proprio quello, mascherato con la satira più pungente, dello pseudoerudito, del "localista" fanatico, che rappresentò un bersaglio costante nei suoi scritti grossetani. E interessante, a questo proposito, è notare come Bianciardi osservasse acutamente quanto il fenomeno che egli chiama "localismo", ossia l'amore smodato e talvolta grottesco per le radici autoctone e illustri, sia proprio il prodotto falsificante della loro reale mancanza. Comunque, per tornare all'interpretazione, possiamo anche concordare sul fatto che il sogno di "emancipazione provinciale" descritto nel Lavoro culturale - come ricordava Pampaloni - fosse fallito, ma ciò non toglie quanto sia ancora viva e attuale l'esigenza di non alimentare miti localisti, chiusi e autoreferenziali, proprio in un periodo in cui si torna tristemente a sentirsi minacciati dallo "straniero", dall'immigrazione e dall'apporto di nuove culture. Ho assistito a una riunione degli "amici del centro" e mi sono allarmato quando è stato fatto riferimento ai molti giovani di "origine non grossetana" che danneggiano i monumenti perché non li sentono parte della loro storia. Negli anni ottanta un'altra autorevole associazione cittadina aveva espresso preoccupazione per la "crescente ibridazione dell'etnos locale", come se la Maremma fosse stata ancora "terra di palude, bufali e cinghiali", abitata da "toscani antichi, col viso etrusco, taciturni, sospettosi, pieni d'ombra", così come li descrive Curzio Malaparte. Ma la Maremma da cartolina ha fatto il suo tempo. Imbalsamare la Maremma negli stereotipi non serve a niente, se non ad attirare turisti distratti verso un'immagine artefatta e paralizzante. E bisogna rendersi conto che Grosseto e la Maremma sono abitate, e abitate da una comunità nuova e inserita in una contemporaneità che è fondamentalmente multiculturalità, come già aveva colto Bianciardi equiparando Grosseto a Kansas City, "città aperta ai venti e ai forestieri". Se poi l'ha detto ma non lo pensava non cambia molto: l'argomento non perde di efficacia anche se espresso con sarcasmo o presunta "critica feroce".

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di Redazione web