Sicurezza
Luciano mi accolse quando persi l'uso delle gambe
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Arcidosso è in lutto per la morte del Luciano Flamini, l'autista della Rama di 38 anni. Uno lo ricorda in particolare, è Giulio Raffi, che lo abbraccia in una lettera colma di stima e gratitudine. Questa mattina, una domenica come tante altre, quando mia moglie Raffaella mi ha dato la notizia della morte di Luciano, non ho potuto fare a meno di notare che fuori c'era un silenzio strano, anomalo. Abituato ad un brusio leggero, condito dai soliti rumori, sui quali predomina di solito il gracchiare delle cornacchie, in perenne lotta con lo stridio dei merli e il petulante abbaiar dei cani. Un silenzio irreale che mi aveva insospettito. Ora me ne spiegavo la ragione, la natura come una cosa sola, coglieva questo vuoto improvviso e se ne faceva interprete. Sì, perché, non c'è dubbio che Luciano appartenesse appieno al mondo naturale. Ne esprimeva il massimo della rappresentazione, nella sua evidenza fisica, perfetta, ed in tutto il suo agire. Non bastasse tutto ciò, il carattere solare nella sua massima essenza, ce lo rendeva subito amico e facilmente abbordabile. Lo sanno bene i numerosi stuoli di studentesse delle ultime generazioni, "regazzine", le quali facevano a gara per conquistare i primi posti del bus. Lui, di fronte a questi ripetuti assalti, si schermiva e se la cavava con un sorriso. Si era "accasato" e sembrava godere di questa nuova intensa vita famigliare, un calore che aveva temuto di perdere lasciando la sua vecchia famiglia, proverbiale per compattezza e spirito di solidarietà domestica. Solidarietà, non solo volta al suo interno. Ne so bene qualcosa io che dopo il grave incidente che mi ha reso disabile su una sedia rotelle, i suoi componenti, mi avevano offerto gratuita ospitalità in un'abitazione nuova, costruita per loro. Tutta questa generosità, io che non li conoscevo bene, mi aveva sorpreso. Poi, però, la vicinanza assidua mi aveva fatto comprendere di che genuina pasta essi fossero fatti. Una pasta contadina, di quella che non se ne trova più. Un atteggiamento attento alle sane abitudini ed ai riti che loro testimoniano ogni giorno nei rapporti con la campagna. Compresa l'abilità, più unica che rara, nel continuare a costruir pagliai alla vecchia maniera. Ed è così che voglio ricordare Luciano, a petto nudo, ben piantato in terra nella sua statuaria fisicità, allungare il fieno, al suo babbo Paolo, con gesto di atavica disinvoltura. Abusando di una frase facile, ma non così scontata, è vero che i migliori son quelli che se ne vanno prima, ma bisogna aggiungerne subito un'altra: a consolar le nostre esistenze, dopo la morte dell'inverno, segue sempre la vita della primavera. Così sarà anche per Paolo e la mamma Marisa se, i preziosi caratteri che furono di Luciano, avranno modo di rifiorire in prossime nascite dai due fratelli, tra cui la gemella Lucia, che restano, a testimoniare quella rara genia che non vorremmo si dovesse mai disperdere.
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