Il dolore
Chiude un altro ristorante
Elisabetta Giorgi
◗
ZEROCINQUESEIQUATTRO. Linsegna in via Paglialunga Addio "Zerocinqueseiquattro", il quarto in 14 giorni
3 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Tre dipendenti licenziati, l'attività a rotoli, il desiderio di scappare a gambe levate. Lo "Zerocinqueseiquattro", in via Paglialunga, è il quarto ristorante che chiude in centro storico a Grosseto nel giro di poche settimane. Strangolato dalla crisi, il titolare non riusciva più a pagare l'affitto (2400 euro al mese); così martedì ha gettato la spugna e ha attaccato in vetrina il cartello "vendesi attività, rivolgersi al proprietario del fondo" (il commerciante di fronte). Il suo sogno è quello di scappare a Milano per riciclarsi in attività più redditizie,e magari cedere anche l'altra attività che stenta a decollare: il locale Bollicine in via san Martino. Lui si chiama Gianluca Bini, ha 46 anni, grossetano, ed è l'ultima vittima del crollo della ristorazione in centro storico. Stessa sorte è toccata al Danubio Blu (il palazzo è stato acquistato da un notaio), La Giara (la titolare è "scappata" sul Garda) e il Giardino di Eva (l'ex ristoratore ha un'edicola in piazza Dante), che in queste settimane hanno calato la saracinesca per sempre. «Una situazione disastrosa», commenta Bini, che nel ristorante aveva creduto e parecchio. Il suo fondo, come quasi tutti i ristoranti del centro, era in affitto e «prima di me - racconta - c'erano persone di Torino che avevano fatto investimenti importanti. Già con loro il locale non andava bene, si chiamava "Poseidonia", cucina di pesce. Poi sono tornati a Torino, io sono subentrato il 22 dicembre. Ho preso in affitto il ristorante e gli ho cambiato nome in Zerocinqueseiquattro, variando il menù in carne e pesce». Ristorazione di qualità, dai 40 euro in su. E modifiche nella gestione per vedere di recuperare clientela. Ma non è bastato. L'attività era in calo perenne e l'affitto fisso a 2.400 euro. Cosa non funziona? Qual è il cancro che divora la ristorazione grossetana? «All'inizio incide la novità: la gente viene, assaggia e prova per curiosità. Funziona sempre così; poi il deserto: la gente non spende più». E pensare che un tempo, «il sabato, lavoravamo anche troppo. Ora invece lavoriamo "normalmente", venerdì c'è poca gente e gli altri giorni ci lecchiamo le dita. Succede anche qui a Bollicine. Anche ora, per esempio, il locale è vuoto». Siamo in via san Martino, che pur essendo il cuore del centro storico, alle 20 si trasforma nel deserto del Sahara. «Il centro sta morendo, parecchie attività sono in crollo, ma è soprattutto la ristorazione a stentare. Secondo me è per l'eccesso di regolamentazione. Vorrei che ci lasciassero fare le cose, che fossimo più liberi nelle aperture, ma questo Comune ti stronca: è impensabile lavorare così. Anche i miei colleghi che resistono - dice Bini - non sono contenti, mi dicono che non è facile per niente continuare a lavorare. Siamo tutti nella stessa barca, la gente non spende più, e l'eccesso di vincoli ti stronca». Martedì scorso Gianluca ha dovuto mandato a casa i tre dipendenti ("non mi andava nemmeno di prendere un mutuo"). Per ora proseguirà l'attività di barista, anche se pure lì (pagando 2mila euro di affitto) non è per niente facile. «Ho un'altra attività a Milano, con un socio, e sto riflettendo se non sia il caso di andarmene lassù». Proprio come Souad Arach, la marocchina ex titolare della Giara, che "immigrata" in Maremma, ci aveva provato per 6 anni, col suo ristorante. Missione fallita, e via a "emigrare" di nuovo sul Garda, per riciclarsi come barista assunta dai fratelli. Come lei, ecco altri emigranti, stavolta grossetani doc.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
