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Calunnia per l'eredità Assolti in quattro, il fatto non sussiste
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TRIBUNALE Laula delle udienze di Orbetello (foto darchivio) 2 MINUTI DI LETTURA
ORBETELLO. Assolti perché il fatto non sussiste. Non c'è stata calunnia. secondo il giudice Sergio Compagnucci, nella "guerra" per l'eredità di Anna Cerulli, morta nel 1999 a Pitigliano. Forse proprio perché "guerra" non è mai stata. Il giudice ha assolto i fratelli Ferdinando e Raffaella Cerulli, 62 e 64 anni, originari di Monte Argentario, nonché Angelo e Alessandro Seri, 57 e 40 anni, padre e figlio, il primo residente a Porto S.Stefano, il secondo a Siena, assistiti dall'avvocato Roberto Burzi, al termine di un iter giudiziario particolarmente articolato. Il pm Stefano Pizza aveva a suo tempo sollecitato l'archiviazione dei quattro parenti di Anna e le controparti (Marino Velasco e Raffaella Velasco, il primo figlio della seconda e nipote di Anna Cerulli - assistiti dagli avvocati Elisa e Aldo Soldani) si erano opposte, poi la Procura generale aveva avocato il procedimento. Nel giugno 2009 il gup Pietro Molino aveva disposto il rinvio a giudizio per chiarire se quello che risultava dalle carte fosse una semplice azione di disconoscimento del testamento olografo di Anna oppure qualcosa di più, cioè un'incolpazione di persona identificabile. L'accusa, rappresentata dal dottor Giubilaro, al termine del dibattimento non aveva avuto dubbi e aveva ritenuto sussistente l'ipotesi di calunnia nei confronti dei due Velasco, chiedendo 1 anno, 4 mesi e 15 giorni per ciascuno degli imputati. Le motivazioni dell'assoluzione saranno depositate dal dottor Compagnucci entro il 15 luglio: poi le parti decideranno se proporre appello. Era un testamento tutto da interpretare, secondo la difesa, quello di Anna Cerulli: perché conteneva indicazioni generiche sui terreni e i fabbricati (senza dati catastali), perché era scritto con numerose anomalie - come cancellature e parole indecifrabili - perché conteneva colorite espressioni dialettali, perché la scheda era stata consegnata già aperta al notaio. Quando i quattro avevano proposto l'impugnazione del testamento, sempre secondo la difesa, lo scopo non era quello di accusare nessuno e tantomeno la Velasco del reato di falsità in testamento olografo: veniva semplicemente richiesto al giudice di fare chiarezza. Se quella fosse stato davvero lo scritto di Anna Cerulli, i quattro si sarebbero rimessi alla decisione del giudice, chiedendo però di conoscere l'interpretazione esatta. Il tutto si era innestato in due cause civili attualmente in corso, una con Marino sulla divisione di un bene e l'altra appunto sul testamento.
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