Gioco
Il David al "calamitato" forestiero La favola di Sergio Ballo da Pitigliano a Re dei costumi
Danilo Fastelli
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FILM. Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno protagonisti di Vincere Premiato agli Oscar del cinema italiano per il film "Vincere" «Le colline del Fiora sono il mio rifugio, il posto dove amo stare»
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PITIGLIANO. Li chiamano "i calamitati", espressione ampia che abbraccia dagli eccentrici nel look, agli artisti, a chiunque scelga di vivere in questo lembo estremo della Maremma. Li accomuna l'altra espressione in uso, "i forestieri", che da queste parti assume l'eredità degli hippy che negli anni '70 fecero di questi luoghi una Terra promessa: i forestieri sono per definizione "calamitati". E sarà che nella "Piccola Gerusalemme" - Pitigliano è così chiamata per la storia dell'integrazione tra ebrei e cristiani - la vita sa adagiarsi sulla naturalezza di gesti semplici: così le grandi personalità del cinema che vanno a ritirare i premi al Quirinale possono sostare tra i tufi dei vicoli, il fresco delle cantine e il sopore della piazza. Anche Sergio Ballo, miglior costumista ai David di Donatello 2010 per il film "Vincere" di Marco Bellocchio, si è lasciato stregare dal fascino di Pitigliano e ne ha fatto la sua seconda patria. Sulle orme di un altro grande cineasta italiano "calamitato" sulla Città del tufo, lo sceneggiatore dei capolavori felliniani, scomparso di recente, Tullio Pinelli. Congratulazioni. «Grazie, sono molto contento di questo premio e del successo di "Vincere" ai David, 8 statuette sono un risultato importante. Ancor più perché si tratta di un riconoscimento all'aspetto visivo e meno divistico del cinema: sono stati premiati i mestieri "tecnici", i costumi, la scenografia, la fotografia, il montaggio, il trucco, l'acconciatura, gli effetti speciali. E naturalmente la regia». Manca il premio al miglior film, vinto da "L'uomo che verrà" di Diritti. «Vero, ma tutti questi premi insieme lo qualificano come un grandissimo film». Perché è così piaciuto? «Credo che, rispetto alla tendenza del cinema italiano di parlare solo di micro-vicende ambientate tra cucina e tinello, questa pellicola abbia il merito di raccontare una grande storia italiana (l'amore clandestino tra Benito Mussolini e Ida Dalser, ndr), senza né essere ideologico né avere l'ansia della ricostruzione filologica. Bellocchio non indulge sui facili sentimenti o sugli insegnamenti morali prêt-à-porter. Direi che è un film non ammalato di "televisionite"». Quali sono i sintomi della "televisionite"? «Il pubblico è abituato alla struttura narrativa televisiva. Autori e registi tendono a rifugiarcisi perche è riconoscibile e rassicurante. Uno dei sintomi è l'uso sfrenato dei sentimenti più banali per commuovere e confondere senza lasciare spazio ai sogni. Il mestiere del cinema è il contrario». Un'altra "malattia" di cui si è molto parlato in occasione della consegna di questi David si chiama: miseria. «Il cinema italiano soffre innanzitutto di mancanza di fiducia. Credere nel cinema, anche finanziariamente, equivale a investire sull'immagine nazionale, che alla lunga può portare vantaggi per tutti». Eppure quando "Vincere" esordì a Cannes molti lo accolsero con freddezza. «Per dire le cose come stanno, la critica italiana lo snobbò. È una grande lezione di umiltà per coloro che esprimono giudizi affrettati. In America le riviste specializzate oggi si chiedono: ma perché gli italiani non hanno presentato "Vincere" agli Oscar?». Questo è il suo secondo David dopo "La balia", sempre con Bellocchio. Come è nato il suo rapporto con il regista? «Da un incontro casuale, molti anni fa. Stava cercando un costumista per "La balia" e capii che aveva paura del costume, ma si fidò di me. Anche io da allora ho cambiato approccio: se prima inseguivo il rigore storico, ora so che si può infrangere. Un film non è un documentario, né un album di figurine. Questo è stato il mio percorso...». E il suo amore per Pitigliano, invece, come è cominciato? «Ero molto giovane e avevo sentito parlare di questo posto. Arrivando da Manciano all'improvviso mi apparve il paese, sembrava irreale. Questa immagine è rimasta con me, ma a Pitigliano sono tornato solo molti anni dopo. Quel giorno mi stavo guardando in giro e incontrai una persona che mi mostrò questa casa: cadeva a pezzi, faceva paura. Ma la sentii subito mia». Pitigliano è un rifugio. «È di più, è il posto dove mi piace stare. Non dico che sia un paradiso, anzi: è scomodo, ha un clima duro, a volte inospitale. Ma sono terre con una energia che forse deriva dalla loro storia. C'è una dimensione spirituale che è nella natura del paesaggio, che non so se è bello, ma è certamente magico. O almeno a me non smette di piacere».
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