Il Tirreno

Grosseto

Addio al Danubio Blu Il ristorante chiude «Non c'è più lavoro»

Elisabetta Giorgi
<b>ADDIO </b>Il trasloco dei &#147;pezzi&#148; del museo della tortura Cos&igrave; finisce l&#146;avventura del Danubio Blu
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ADDIO Il trasloco dei “pezzi” del museo della tortura Così finisce l’avventura del Danubio Blu

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 GROSSETO. Dopo quasi trent'anni d'attività, di cui gli ultimi due o tre spesi a fronteggiare "incassi ridicoli", chiude i battenti il Danubio Blu, storico ristorante grossetano di via Cavour. Marco Nannetti, il 65enne proprietario, "causa crisi" ha dovuto smantellare il locale aperto nell'82 con la moglie austriaca Inge Bartha (all'epoca come pub), e ha preferito far cassa vendendo l'intero palazzo a un grossetano. Ieri l'imprenditore stava preparando le "ultime minuterie" da portar via, come dice lui: tavolini, sedie, imballaggi. Ma il ristorante è ufficialmente chiuso dal 1º del mese. È un bell'immobile storico in pietra, di tre piani: all'ultimo c'è la casa dei proprietari del locale, mentre al piano terra un centinaio di metri di ristorante (100 posti a sedere dentro, più giardino) si accompagnava a un singolare museo dell'Inquisizione, che ha spalancato i suoi "tesori" fin sottoterra. In un eccentrico mix tra arte culinaria e gusto del macabro, erano in mostra - per chi volesse distrarsi tra una paella e l'altra - copie di oggetti secolari corredati da didascalie: forche, gogne, maschere di ferro, la garrotta (antico strumento di esecuzione capitale, usato in Spagna, con cui il condannato era strozzato da un cerchio di ferro), e la cula di Giuda (cuneo a punta dove infilavano i condannati): tutte riproduzioni scaturite dalla mano del ristoratore/scultore, a parte un tavolino originale usato nel manicomio di Montelupo per effettuare la lobotomia.  Dalle seggiole alle foto-ricordo e agli strumenti del boia, tutto sarà trasferito al residence La Rugginosa, dove Nannetti cinque anni fa ha avviato una grossa attività imprenditoriale che spera di far decollare: 12 appartamenti, piscina e campo pratica di golf. «E lo farò a tempo pieno. Finalmente vado in pensione - dice con un filo di malinconia - Ma sono sereno perché non voglio più spezzarmi la schiena senza risultati. Non era più il caso di stare aperti: i soldi non bastavano a pagare tasse e stipendi». A parte lui e la moglie (che ha ispirato il nome del ristorante), a lavoro c'erano tre persone, 2 cuochi e una cameriera: «Un cuoco lo porto con me alla Rugginosa, l'altra ha trovato lavoro a Marina», mentre la cameriera marocchina è in maternità. I motivi della sua chiusura, ma più in generale del fallimento della ristorazione maremmana che sta inginocchiando molti gestori del centro, sono più d'uno: non solo la crisi economica globale che ha impigrito i clienti, ma anche la concorrenza dei bar e delle sagre. E non ultimo, un diffuso decadimento del centro storico. «I bar prendono tutto il lavoro del pranzo - si sfoga l'imprenditore - Eravamo ridotti a servire 3-4 buoni pasto per i dipendenti di Comune e Provincia. Anche la sera non si vedeva nessuno, perché la gente non ha più voglia di camminare in centro. Allora aspettavamo con ansia il lavoro della stagione, quello primaverile ed estivo, ma anche quello... Ce lo fregano le sagre. Non riuscivo più a pagare gli stipendi, i fornitori».  La burocrazia non lo ha aiutato. «Il Comune ci aveva dato il permesso di mettere una tenda fuori sulla strada, ma su un metro e 60 di suolo pubblico, la sporgenza della tenda doveva essere di 60 centimetri e basta, perché siamo vicini all'angolo con via Montanara...».  Poi il vandalismo notturno, il discutibile comportamento di molti frequentatori del centro che fa infuriare gli esercenti: «Siamo stati costretti a togliere tavoli e sedie da fuori, perché i ragazzini ce li sfasciavano, ci facevano di tutto. Qui davanti, scusate la parola, era diventato un vero "vomitatoio"».

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