Il Tirreno

Grosseto

La mafia in Maremma riaperto il processo Mutolo

Pierluigi Sposato
<strong>PENTITO.</strong> Gaspare Mutolo, qualche anno fa
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PENTITO. Gaspare Mutolo, qualche anno fa

Cinque gli imputati rinviati a giudizio a luglio Negli anni '90 nella zona traffici di droga, armi e dollari falsi

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GROSSETO. Gaspare Mutolo parla e la macchina del tempo della giustizia vola indietro 20 anni. Quelli a cavallo del '90 quando la Maremma era diventata la piattaforma operativa della criminalità mafiosa, con personaggi trasferiti in regime di sorveglianza, quando mafia significava droga, armi e dollari falsi. Mutolo, il super pentito, parla nell'aula di corte di assise dove si è riaperto il maxi-processo, quello che nel 1996-7 aveva portato a 19 condanne (escluso lo stampo mafioso), poi annullate in appello. 

Attraverso una lunga serie di passaggi giudiziari, il processo è tornato adesso per la seconda volta a Grosseto. Con soli 5 imputati, rinviati a giudizio nel luglio scorso: alcuni della prima ora sono usciti di scena, altri sono morti. La sostanza, tuttavia, è cambiata di poco.  Francesco Lombardo, 61 anni, di Palermo e abitante a Buggiano (cocaina ed eroina); Francesco Tudino, 55 anni, di Positano e abitante a Follonica (hashish, cocaina ed eroina); Franco Teotonico Saponara, 47 anni, di Bovino e abitante a Prato (hashish, cocaina ed eroina); Claudio Polloni, 57 anni, di La Spezia (cocaina ed eroina); Sebastiano Romano, 60 anni, di Catania e abitante a Castelnuovo Magra (cocaina, eroina, dollari falsi). Di fronte a un collegio inedito (Corasaniti presidente, Bilisari, Casoli - gli altri sono tutti incompatibili), il pm Ferraro da poco a Grosseto pone le domande a Mutolo, collaboratore di giustizia a lungo residente in un podere nelle campagne di Gavorrano. E Mutolo parla.  Vestito di nero, sereno, in buona salute - a differenza di tanti anni fa quando giunse a palazzo di giustizia in ambulanza e sulle stampelle - l'ex boss palesa qualche vuoto di memoria.

Ha già risposto a centinaia, se non migliaia di domande simili negli ultimi anni. Nel maxiprocesso venne ascoltato nell'aula bunker di Firenze per motivi di sicurezza: oggi arriva scortato da due agenti in borghese, senza le precauzioni eccezionali di una volta. Lui che anche ai tempi d'oro sapeva di rischiare grosso, anche se per altri motivi. E anche questo è un sintomo del tempo che è passato.  Risponde e racconta per un paio d'ore, primo teste dei quattro (tutti già con sentenze in giudicato) ascoltati ieri.

Non di tutti i personaggi ricorda i nomi: si fa aiutare talvolta. Dice spesso: «Sono passati venti anni...» e spiega poi di aver trattenuto solo i nomi e i passaggi importanti. Fa il nome di Messina e di Romano («erano in società») per i dollari falsi. Parla di un terrorista non meglio identificato da lui aiutato con del denaro per pagare gli avvocati. Aggiunge di aver sovvenzionato con Messina la fabbricazione delle banconote falsificate: una partita da 40 milioni era ambita da personaggi spagnoli, spiega. Chissà se questa sarà l'ultima volta che sarà chiamato a rievocare quei traffici illeciti...

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