Attenzione
INCIDENTE SUL LAVORO: IL CASO
«Mandato a morire, voglio giustizia»
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OPERAIO Enrico Picci 32 anni è stato travolto durante le operazioni di pulizia di un botte BETONIERA All’interno della quale è avvenuto l’incidente di cui è stato vittima l’operaio della Sales spa«La morte mi è caduta addosso mentre ero dentro una betoniera arrugginita ricoperta di calcestruzzo. Mi hanno ordinato di pulirla con una pistola ad aria compressa. Indossavo occhiali, elmetto, tuta e scarpe antinfortunistiche. Si è staccato un primo pezzo dal soffitto, mi ha colpito e sono caduto.
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GROSSETO. «La morte mi è caduta addosso mentre ero dentro una betoniera arrugginita ricoperta di calcestruzzo. Mi hanno ordinato di pulirla con una pistola ad aria compressa. Indossavo occhiali, elmetto, tuta e scarpe antinfortunistiche. Si è staccato un primo pezzo dal soffitto, mi ha colpito e sono caduto. Ho provato a rialzarmi di scatto, mentre lo facevo è venuto giù un altro pezzo, più grosso: erano sei quintali di cemento che mi hanno travolto e stavano per uccidermi».
Enrico Picci, 32 anni, operaio alla Sales spa di Scarlino racconta la morte e pensa da sopravvissuto, mentre lo fa piange e stringe i pugni seduto nello studio del suo avvocato che ha appena consegnato in Tribunale un'opposizione, corredata dalla perizia di un ingegnere, alla richiesta di archiviazione depositata dal pubblico ministero lo scorso 17 febbraio.
«Quando sono stato travolta dal cemento - dice - ho visto la morte. Ho visto la mia fidanzata Ilaria che sposerò il 21 agosto: era vestita di bianco e sorrideva. Ho visto la mia famiglia in una di quelle foto che si fanno a Natale, tutti insieme. Sono un sopravvissuto. Ma chi mi ha mandato a morire non sarà punito, io invece voglio avere giustizia. Spesso si parla della sicurezza sui luoghi di lavoro, di morti bianche ma si fa davvero tutto per evitarle? Io ad esempio credo di aver subito un'ingiustizia».
Enrico lavora in quell'azienda da nove anni come autista. «Sono entrato alla Sales nel 2001 e ho sempre avuto, come i miei colleghi, un mezzo in dotazione. Ognuno di noi con il proprio camion ha un rapporto particolare: lo conosci, sai come reagisce alle cose e al lavoro. Io ho sempre guidato e pulito il mio e non mi è mai successo niente, nemmeno un graffio».
Sono le 8.30 del 25 settembre dello scorso anno quando Enrico Picci arriva al lavoro. Nel piazzale c'è un nuovo camion: un'autobetoniera verde che arriva da Campiglia e deve essere lavata. «Per questa operazione - prosegue l'autista - il capocantiere chiama me e un altro collega. Ci dice che dobbiamo togliere il cemento dalla botte. Ci vestiamo e iniziamo le operazioni con un martelletto ad aria compressa con il quale dobbiamo intaccare lo spessore. Prima vado dentro io e lavoro per una ventina di minuti. Tutta la parete era ricoperta da uno strato di calcestruzzo. Era impossibile capire quanto fosse profondo. L'unico modo per saperlo sarebbe stato pesare il camion vuoto e poi pesarlo di nuovo prima di pulirlo. Era stata fatta quell'operazione? Poi c'erano delle striature, della ruggine. Sono uscito e al mio posto è entrato il collega. È rimasto dentro un quarto d'ora e poi gli ho dato il cambio. Sono entrato di nuovo, ho indossato l'elmetto e ho acceso il martelletto. Ero in piedi nella penombra. Appena ho toccato la parete è venuto giù un pezzo di cemento che mi ha fatto cadere in mezzo alla botte. Mi sono alzato di scatto, non ero ancora in piedi quando mi è venuto addosso il pezzo più grosso che mi ha preso sulla scapola e mi ha piegato. Devo aver perso conoscenza per un attimo, ho sentito un gran dolore alla caviglia e ho iniziato a urlare. Era come essere soffocato in mezzo a un terremoto. È entrato il collega, poi il capocantiere e hanno chiamato i pompieri per tirarmi fuori».
La diagnosi dei medici dell'ospedale di Massa Marittima dove l'operaio è stato ricoverato parla per Enrico Picci «della frattura della sesta e settima costola, distorsione del rachide cervicale e lombare oltre alla distorsione della caviglia destra». A questo va aggiunta la rottura del tendine, sempre della caviglia, diagnosticata solo a metà gennaio dopo una Tac. «Ci sarebbe anche da dire che non posso più alzare pesi e che la notte non dormo perché ho gli incubi. Comunque - conclude Enrico - a fine mese dovrei rientrare al lavoro. Mi dispiace che in questi mesi nessuno mi abbia chiamato per sapere come stavo. Io credo nella giustizia ma per adesso non l'ho avuta».
Enrico Picci, 32 anni, operaio alla Sales spa di Scarlino racconta la morte e pensa da sopravvissuto, mentre lo fa piange e stringe i pugni seduto nello studio del suo avvocato che ha appena consegnato in Tribunale un'opposizione, corredata dalla perizia di un ingegnere, alla richiesta di archiviazione depositata dal pubblico ministero lo scorso 17 febbraio.
«Quando sono stato travolta dal cemento - dice - ho visto la morte. Ho visto la mia fidanzata Ilaria che sposerò il 21 agosto: era vestita di bianco e sorrideva. Ho visto la mia famiglia in una di quelle foto che si fanno a Natale, tutti insieme. Sono un sopravvissuto. Ma chi mi ha mandato a morire non sarà punito, io invece voglio avere giustizia. Spesso si parla della sicurezza sui luoghi di lavoro, di morti bianche ma si fa davvero tutto per evitarle? Io ad esempio credo di aver subito un'ingiustizia».
Enrico lavora in quell'azienda da nove anni come autista. «Sono entrato alla Sales nel 2001 e ho sempre avuto, come i miei colleghi, un mezzo in dotazione. Ognuno di noi con il proprio camion ha un rapporto particolare: lo conosci, sai come reagisce alle cose e al lavoro. Io ho sempre guidato e pulito il mio e non mi è mai successo niente, nemmeno un graffio».
Sono le 8.30 del 25 settembre dello scorso anno quando Enrico Picci arriva al lavoro. Nel piazzale c'è un nuovo camion: un'autobetoniera verde che arriva da Campiglia e deve essere lavata. «Per questa operazione - prosegue l'autista - il capocantiere chiama me e un altro collega. Ci dice che dobbiamo togliere il cemento dalla botte. Ci vestiamo e iniziamo le operazioni con un martelletto ad aria compressa con il quale dobbiamo intaccare lo spessore. Prima vado dentro io e lavoro per una ventina di minuti. Tutta la parete era ricoperta da uno strato di calcestruzzo. Era impossibile capire quanto fosse profondo. L'unico modo per saperlo sarebbe stato pesare il camion vuoto e poi pesarlo di nuovo prima di pulirlo. Era stata fatta quell'operazione? Poi c'erano delle striature, della ruggine. Sono uscito e al mio posto è entrato il collega. È rimasto dentro un quarto d'ora e poi gli ho dato il cambio. Sono entrato di nuovo, ho indossato l'elmetto e ho acceso il martelletto. Ero in piedi nella penombra. Appena ho toccato la parete è venuto giù un pezzo di cemento che mi ha fatto cadere in mezzo alla botte. Mi sono alzato di scatto, non ero ancora in piedi quando mi è venuto addosso il pezzo più grosso che mi ha preso sulla scapola e mi ha piegato. Devo aver perso conoscenza per un attimo, ho sentito un gran dolore alla caviglia e ho iniziato a urlare. Era come essere soffocato in mezzo a un terremoto. È entrato il collega, poi il capocantiere e hanno chiamato i pompieri per tirarmi fuori».
La diagnosi dei medici dell'ospedale di Massa Marittima dove l'operaio è stato ricoverato parla per Enrico Picci «della frattura della sesta e settima costola, distorsione del rachide cervicale e lombare oltre alla distorsione della caviglia destra». A questo va aggiunta la rottura del tendine, sempre della caviglia, diagnosticata solo a metà gennaio dopo una Tac. «Ci sarebbe anche da dire che non posso più alzare pesi e che la notte non dormo perché ho gli incubi. Comunque - conclude Enrico - a fine mese dovrei rientrare al lavoro. Mi dispiace che in questi mesi nessuno mi abbia chiamato per sapere come stavo. Io credo nella giustizia ma per adesso non l'ho avuta».
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