Il dolore
“falsi lavoratori” dall’Africa
Trafficanti di uomini: 4 denunciati
Emilio Guariglia
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I REGISTRI Un agente mostra i quadernetti sui quali i trafficanti tenevano la contabilitàChiamateli "scafisti in guanti bianchi". Mercanti di uomini che per trasferire la loro merce dai Paesi affamati alla ricca Italia non usano le ingombranti carrette del mare, ma invisibili manipolazioni delle leggi. Il risultato è lo stesso: lucro sulla miseria altrui. Anche in Maremma c'è gente così, gente "per bene" che fa affari d'oro col traffico di extracomunitari
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GROSSETO. Chiamateli "scafisti in guanti bianchi". Mercanti di uomini che per trasferire la loro merce dai Paesi affamati alla ricca Italia non usano le ingombranti carrette del mare, ma invisibili manipolazioni delle leggi. Il risultato è lo stesso: lucro sulla miseria altrui. Anche in Maremma c'è gente così, gente "per bene" che fa affari d'oro col traffico di extracomunitari.
Uno di questi è stato scoperto e denunciato dagli investigatori della squadra mobile di Grosseto, sezione criminalità organizzata e stranieri. È un imprenditore grossetano, 55 anni, titolare di una ditta individuale che fornisce servizi a terzi in agricoltura. Con la complicità di quattro fratelli marocchini (tre dei quali a Grosseto, il quarto "procacciatore" in Marocco), l'uomo reclutava nordafricani e li faceva arrivare in Maremma con tutti i crismi - apparenti - della legalità, ingaggiandoli come lavoratori stagionali regolari, assunti con contratti a tempo e dunque legittimati a ottenere in Italia il permesso di soggiorno temporaneo. Senonché, ha ricostruito la polizia, quei nordafricani per avere questa "manna" pagavano in patria migliaia di euro al procacciatore marocchino, che a sua volta ne girava la gran parte all'imprenditore grossetano il quale - incassato il denaro - spesso neppure faceva lavorare gli extracomunatori o li impiegava poco e male. Il tutto per un giro che - solo tra 2008 e 2009 - avrebbe coinvolto più di 30 marocchini: a una media (stimata dalla mobile) di 10mila euro a testa nelle tasche dell'imprenditore grossetano, il conto dei guadagni è presto fatto.
L'indagine parte alcuni mesi fa, nell'ambito delle normali verifiche sulle ditte che - ogni anno - chiedono i visti d'ingresso per lavoratori stranieri dei quali hanno bisogno. La legge italiana (il famoso "decreto flussi") fissa tetti massimi d'ingresso, con quote distribuite nei vari territori. Le richieste superano sempre le quote, e nel via vai di stranieri può sempre nascondersi l'illecito. Dunque le richieste stesse vengono vagliate dalla direzione provinciale del lavoro (che accerta reali necessità e potenzialità della ditta richiedente) e dalla prefettura, che sorveglia sulla legalità delle operazioni. Durante queste verifiche, l'attenzione della polizia si appunta su una ditta che nel 2008 assume un marocchino per la stagione, poi lo licenzia e nel 2009 lo riassume, ma stavolta senza registrare il contratto alla direzione del lavoro. Il marocchino, si accerta, è rimasto clandestino in Maremma. La polizia lo rintraccia e gli fa qualche domanda. Con risultati da brivido. Il nordafricano svela infatti i meccanismi del sistema. In Marocco conosce i fratelli suoi connazionali che gli spalancano il "sogno italiano", con un datore già pronto, lavoro sicuro e sistemazione ottima per più di sei mesi. Lui ci sta e paga: prima tranche di 6mila euro al procacciatore in Marocco, il resto al datore in Italia, prima della firma del contratto allo sportello unico immigrazione della prefettura.
La realtà, in Maremma, si dimostra però molto diversa. Il lavoro dura solo 2 mesi, ed è a singhiozzo: in certi periodi 10 ore al giorno con ritmi disumani, in altri 2 ore a settimana. In più, la sistemazione è nella casa di uno dei tre fratelli marocchini, al quale deve dare 100 euro al mese di affitto, le spese per il vitto e 10 euro a botta ogni volta che il "caporale" lo porta col furgone sul posto di lavoro.
La "gola profonda" racconta di non essere un caso isolato, anzi. Cita la storia di un cugino che - dopo aver sborsato 8mila euro - giunto a Grosseto non ha lavorato un giorno ed è scappato in Francia; insomma, scoperchia il pentolone del traffico.
La polizia va a fondo e trova conferme. Accerta che - sulle decine di stranieri fatti arrivare col visto stagionale - l'imprenditore in realtà ne fa lavorare pochi, e poco. Scopre che lo stesso imprenditore fino al 2002 era stato dipendente di quella ditta, per poi rilevarla. E passa alle perquisizioni domiciliari, nelle case del datore di lavoro e dei tre complici marocchini (uno dei quali clandestino). In queste ultime si trovano i "registri contabili" dell'attività illecita, quadernetti ordinatamente vergati in arabo, e 3800 euro in contanti.
Scattano le quattro denunce, tutte per il reato (in concorso tra loro) di violazione dell'articolo 12 del Testo unico sull'immigrazione: aver favorito ingresso e permanenza illecita di extracomunitari sul suolo nazionale. Rischiano condanne da 4 a 15 anni di reclusione e multa di 15mila euro per ogni straniero introdotto illegalmente.
Pene pesanti, ma gli scafisti, in guanti bianchi o no, sono cosa brutta. E - assicura la polizia - quello scoperto oggi è un caso tutt'altro che isolato. Anche in Maremma.
Uno di questi è stato scoperto e denunciato dagli investigatori della squadra mobile di Grosseto, sezione criminalità organizzata e stranieri. È un imprenditore grossetano, 55 anni, titolare di una ditta individuale che fornisce servizi a terzi in agricoltura. Con la complicità di quattro fratelli marocchini (tre dei quali a Grosseto, il quarto "procacciatore" in Marocco), l'uomo reclutava nordafricani e li faceva arrivare in Maremma con tutti i crismi - apparenti - della legalità, ingaggiandoli come lavoratori stagionali regolari, assunti con contratti a tempo e dunque legittimati a ottenere in Italia il permesso di soggiorno temporaneo. Senonché, ha ricostruito la polizia, quei nordafricani per avere questa "manna" pagavano in patria migliaia di euro al procacciatore marocchino, che a sua volta ne girava la gran parte all'imprenditore grossetano il quale - incassato il denaro - spesso neppure faceva lavorare gli extracomunatori o li impiegava poco e male. Il tutto per un giro che - solo tra 2008 e 2009 - avrebbe coinvolto più di 30 marocchini: a una media (stimata dalla mobile) di 10mila euro a testa nelle tasche dell'imprenditore grossetano, il conto dei guadagni è presto fatto.
L'indagine parte alcuni mesi fa, nell'ambito delle normali verifiche sulle ditte che - ogni anno - chiedono i visti d'ingresso per lavoratori stranieri dei quali hanno bisogno. La legge italiana (il famoso "decreto flussi") fissa tetti massimi d'ingresso, con quote distribuite nei vari territori. Le richieste superano sempre le quote, e nel via vai di stranieri può sempre nascondersi l'illecito. Dunque le richieste stesse vengono vagliate dalla direzione provinciale del lavoro (che accerta reali necessità e potenzialità della ditta richiedente) e dalla prefettura, che sorveglia sulla legalità delle operazioni. Durante queste verifiche, l'attenzione della polizia si appunta su una ditta che nel 2008 assume un marocchino per la stagione, poi lo licenzia e nel 2009 lo riassume, ma stavolta senza registrare il contratto alla direzione del lavoro. Il marocchino, si accerta, è rimasto clandestino in Maremma. La polizia lo rintraccia e gli fa qualche domanda. Con risultati da brivido. Il nordafricano svela infatti i meccanismi del sistema. In Marocco conosce i fratelli suoi connazionali che gli spalancano il "sogno italiano", con un datore già pronto, lavoro sicuro e sistemazione ottima per più di sei mesi. Lui ci sta e paga: prima tranche di 6mila euro al procacciatore in Marocco, il resto al datore in Italia, prima della firma del contratto allo sportello unico immigrazione della prefettura.
La realtà, in Maremma, si dimostra però molto diversa. Il lavoro dura solo 2 mesi, ed è a singhiozzo: in certi periodi 10 ore al giorno con ritmi disumani, in altri 2 ore a settimana. In più, la sistemazione è nella casa di uno dei tre fratelli marocchini, al quale deve dare 100 euro al mese di affitto, le spese per il vitto e 10 euro a botta ogni volta che il "caporale" lo porta col furgone sul posto di lavoro.
La "gola profonda" racconta di non essere un caso isolato, anzi. Cita la storia di un cugino che - dopo aver sborsato 8mila euro - giunto a Grosseto non ha lavorato un giorno ed è scappato in Francia; insomma, scoperchia il pentolone del traffico.
La polizia va a fondo e trova conferme. Accerta che - sulle decine di stranieri fatti arrivare col visto stagionale - l'imprenditore in realtà ne fa lavorare pochi, e poco. Scopre che lo stesso imprenditore fino al 2002 era stato dipendente di quella ditta, per poi rilevarla. E passa alle perquisizioni domiciliari, nelle case del datore di lavoro e dei tre complici marocchini (uno dei quali clandestino). In queste ultime si trovano i "registri contabili" dell'attività illecita, quadernetti ordinatamente vergati in arabo, e 3800 euro in contanti.
Scattano le quattro denunce, tutte per il reato (in concorso tra loro) di violazione dell'articolo 12 del Testo unico sull'immigrazione: aver favorito ingresso e permanenza illecita di extracomunitari sul suolo nazionale. Rischiano condanne da 4 a 15 anni di reclusione e multa di 15mila euro per ogni straniero introdotto illegalmente.
Pene pesanti, ma gli scafisti, in guanti bianchi o no, sono cosa brutta. E - assicura la polizia - quello scoperto oggi è un caso tutt'altro che isolato. Anche in Maremma.
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