Il dolore
sogno di adottare un bambino
«Ho cambiato sesso, sono una donna»
Bianca Zaccherotti
◗
SALA OPERATORIA. Un lungo intervento e tanta sofferenza dietro queste scelteCosa vorrei sotto l'albero? La possibilità di adottare un figlio. Silvia (il nome è di fantasia) è una single speciale. È una donna, ma è nata uomo. Guardandola si stenta a credere che abbia avuto bisogno di cure ormonali e di due interventi chirurgici per diventarlo. Eppure è così e non è la sola grossetana ad aver cambiato sesso di nome e di fatto
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GROSSETO. Cosa vorrei sotto l'albero? La possibilità di adottare un figlio. Silvia (il nome è di fantasia) è una single speciale. È una donna, ma è nata uomo. Guardandola si stenta a credere che abbia avuto bisogno di cure ormonali e di due interventi chirurgici per diventarlo. Eppure è così e non è la sola grossetana ad aver cambiato sesso di nome e di fatto.
Trucco leggerissimo, abbigliamento semplice (jeans e maglione), e sorriso pronto.
Ora sorride Silvia, ma la sua adolescenza, a Grosseto, è stata un inferno. E non è bastato al "diverso" diventare "uguale" perché lo spesso muro del pregiudizio si sgretolasse. «Ero fidanzata - racconta -; lui sapeva che ero nata uomo e che mi ero operata; non gli importava niente, anzi progettavamo di sposarci e sognavamo di adottare un bambino. Eravamo inamorati e felici, poi qualcuno ha raccontato la mia vicenda alla madre che non ha accettato la verità. Lui non ha retto e mi ha lasciata. Ho sofferto come un cane, non tanto per la reazione della madre (credo che al padre non l'abbiano neanche detto), quanto per la mancanza di coraggio di lui. Sono tornata di colpo coi piedi per terra. Ho capito che è duro far morire i pregiudizi».
Silvia descrive la sua infanzia e soprattuto l'adolescenza come il periodo più brutto della sua vita. «Da piccola chiedevano a mia madre se ero una bimba. Lei rispondeva di no, ma io stavo zitta. A scuola, poi, ho subìto di tutto perché ero molto effeminata. Sono stata respinta tre volte in terza media. Pur di non andare a scuola, infatti, arrivavo a prendere medicinali che mi facevano star male, così finivo in ospedale, ed evitavo di tornare tra i miei compagni». Ma cosa accadeva di così brutto? «Basti dire che, in classe, mi chiamavano "afona" perché non parlavo mai; tacevo perché quando aprivo bocca mi prendevano in giro tutti. Gli insegnanti li rimproveravano, ma per me non cambiava niente, anche perché le offese più feroci avvenivano sempre nei corridoi. Eppure non mi sono mai sentita gay, né ho mai vissuto da gay. Io ero una donna. E avevo un obbiettivo, essere felice e realizzare qualcosa nella vita; ce l'ho fatta, sono un'artigiana apprezzata, è una cosa piccola lo so, ma per me è grande».
I ricordi tornano a quando, aveva 18 anni, ebbe la forza di parlare con la madre che, al principio, non la prese affatto bene. «Due anni dopo - continua - decisi di sottopormi ad un intervento di mastoplastica, volevo farmi il seno insomma, ma ci volevano 3 milioni di lire. Ne parlai in casa e, incredibilmente, mia nonna, una donna nata nel 1921, volle a tutti i costi prestarmi 2 milioni. Anche mio nonno, classe 1914, a mia madre che si opponeva alla mia scelta, si limitò a dire: "E che cambia? Solo il nome no?". Tutti gli zii rimasero di stucco».
Così Silvia si trasferisce a Milano dove viene sottoposta all'intervento e inizia le cure ormonali.
In poche parole diventa un trans, ma per lei è solo il primo passo. Servivano i soldi per proseguire le cure e fare l'intervento di asportazione degli organi genitali maschili. «Lo volevo con tutte le mie forze - racconta Silvia -, per farlo ho fatto i lavori più umili, ma non mi sono mai prostitutita».
A venticinque anni finalmente può operarsi, questa volta a Torino, «dopo un lungo percorso - racconta - che va dall'autorizzazione del tribunale per poter fare il cambio del nome sui documenti, alle perizie psicologiche, alle visite mediche». Una volta avuto tutti gli ok, si va sotto i ferri per un intervento importante che, per Silvia, è durato otto ore, seguito da successive manovre che l'artigiana definisce "dolorosissime".
Infine, quando ogni traccia della prima sessualità è scomparsa, occorre vedersela con la difficoltà nel rapportarsi con gli uomini «ai quali - dice l'artigiana - ho sempre raccontato tutto, perché sono una persona chiara e onesta. Oggi - aggiunge - ho la mia stabilità nella vita e credibilità sul lavoro. Sono serena. In amore come va? Non sono più un'illusa, ma spero ancora».
Silvia non rinuncia al sogno di formarsi una famiglia, ma meno che meno a quello di adottare un bambino. «Per questo - dice - sarei disposta a trasferirmi in una nazione che lo consente. Se non lo faccio è perché amo l'Italia e voglio sperare che le cose cambino».
Se Silvia sogna il regalo di diventare madre adottiva, ai ragazzi che hanno avuto il suo stesso problema ragala un consiglio: «Appoggiatevi alla vostra famiglia; se vi accetta la famiglia farete pace con voi stessi».
BASTA LACRIME
Nel pianeta del silenzio
GROSSETO. Chi cambia sesso vuole un'altra vita. Silvia, infatti, dice che è come rinascere un'altra volta. Non è la sola a Grosseto ad aver cambiato sesso, ma non sa quanti altri l'abbiano fatto. Dice di sapere soltanto che è stata una delle prime ad aver cambiato, dal maschile al femminile, il nome sui documenti. Per il resto è un mondo consegnato al silenzio. È gente, e lo si capisce bene dalle parole di Silvia, che, dopo aver sofferto tanto, cambia totalmente pagina, sognando quasi sempre di formarsi una famiglia regolare. Altrimenti perché sottoporsi a tante cure, a tanti interventi dolorosi? Silvia lo fa intendere con molta chiarezza. Pregiudizi e ancora pregiudizi da abbattere. Silvia, e le altre come lei, sono stufe di lacrime.
Trucco leggerissimo, abbigliamento semplice (jeans e maglione), e sorriso pronto.
Ora sorride Silvia, ma la sua adolescenza, a Grosseto, è stata un inferno. E non è bastato al "diverso" diventare "uguale" perché lo spesso muro del pregiudizio si sgretolasse. «Ero fidanzata - racconta -; lui sapeva che ero nata uomo e che mi ero operata; non gli importava niente, anzi progettavamo di sposarci e sognavamo di adottare un bambino. Eravamo inamorati e felici, poi qualcuno ha raccontato la mia vicenda alla madre che non ha accettato la verità. Lui non ha retto e mi ha lasciata. Ho sofferto come un cane, non tanto per la reazione della madre (credo che al padre non l'abbiano neanche detto), quanto per la mancanza di coraggio di lui. Sono tornata di colpo coi piedi per terra. Ho capito che è duro far morire i pregiudizi».
Silvia descrive la sua infanzia e soprattuto l'adolescenza come il periodo più brutto della sua vita. «Da piccola chiedevano a mia madre se ero una bimba. Lei rispondeva di no, ma io stavo zitta. A scuola, poi, ho subìto di tutto perché ero molto effeminata. Sono stata respinta tre volte in terza media. Pur di non andare a scuola, infatti, arrivavo a prendere medicinali che mi facevano star male, così finivo in ospedale, ed evitavo di tornare tra i miei compagni». Ma cosa accadeva di così brutto? «Basti dire che, in classe, mi chiamavano "afona" perché non parlavo mai; tacevo perché quando aprivo bocca mi prendevano in giro tutti. Gli insegnanti li rimproveravano, ma per me non cambiava niente, anche perché le offese più feroci avvenivano sempre nei corridoi. Eppure non mi sono mai sentita gay, né ho mai vissuto da gay. Io ero una donna. E avevo un obbiettivo, essere felice e realizzare qualcosa nella vita; ce l'ho fatta, sono un'artigiana apprezzata, è una cosa piccola lo so, ma per me è grande».
I ricordi tornano a quando, aveva 18 anni, ebbe la forza di parlare con la madre che, al principio, non la prese affatto bene. «Due anni dopo - continua - decisi di sottopormi ad un intervento di mastoplastica, volevo farmi il seno insomma, ma ci volevano 3 milioni di lire. Ne parlai in casa e, incredibilmente, mia nonna, una donna nata nel 1921, volle a tutti i costi prestarmi 2 milioni. Anche mio nonno, classe 1914, a mia madre che si opponeva alla mia scelta, si limitò a dire: "E che cambia? Solo il nome no?". Tutti gli zii rimasero di stucco».
Così Silvia si trasferisce a Milano dove viene sottoposta all'intervento e inizia le cure ormonali.
In poche parole diventa un trans, ma per lei è solo il primo passo. Servivano i soldi per proseguire le cure e fare l'intervento di asportazione degli organi genitali maschili. «Lo volevo con tutte le mie forze - racconta Silvia -, per farlo ho fatto i lavori più umili, ma non mi sono mai prostitutita».
A venticinque anni finalmente può operarsi, questa volta a Torino, «dopo un lungo percorso - racconta - che va dall'autorizzazione del tribunale per poter fare il cambio del nome sui documenti, alle perizie psicologiche, alle visite mediche». Una volta avuto tutti gli ok, si va sotto i ferri per un intervento importante che, per Silvia, è durato otto ore, seguito da successive manovre che l'artigiana definisce "dolorosissime".
Infine, quando ogni traccia della prima sessualità è scomparsa, occorre vedersela con la difficoltà nel rapportarsi con gli uomini «ai quali - dice l'artigiana - ho sempre raccontato tutto, perché sono una persona chiara e onesta. Oggi - aggiunge - ho la mia stabilità nella vita e credibilità sul lavoro. Sono serena. In amore come va? Non sono più un'illusa, ma spero ancora».
Silvia non rinuncia al sogno di formarsi una famiglia, ma meno che meno a quello di adottare un bambino. «Per questo - dice - sarei disposta a trasferirmi in una nazione che lo consente. Se non lo faccio è perché amo l'Italia e voglio sperare che le cose cambino».
Se Silvia sogna il regalo di diventare madre adottiva, ai ragazzi che hanno avuto il suo stesso problema ragala un consiglio: «Appoggiatevi alla vostra famiglia; se vi accetta la famiglia farete pace con voi stessi».
BASTA LACRIME
Nel pianeta del silenzio
GROSSETO. Chi cambia sesso vuole un'altra vita. Silvia, infatti, dice che è come rinascere un'altra volta. Non è la sola a Grosseto ad aver cambiato sesso, ma non sa quanti altri l'abbiano fatto. Dice di sapere soltanto che è stata una delle prime ad aver cambiato, dal maschile al femminile, il nome sui documenti. Per il resto è un mondo consegnato al silenzio. È gente, e lo si capisce bene dalle parole di Silvia, che, dopo aver sofferto tanto, cambia totalmente pagina, sognando quasi sempre di formarsi una famiglia regolare. Altrimenti perché sottoporsi a tante cure, a tanti interventi dolorosi? Silvia lo fa intendere con molta chiarezza. Pregiudizi e ancora pregiudizi da abbattere. Silvia, e le altre come lei, sono stufe di lacrime.
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