Sicurezza
Il flop dell'agricoltura
Agricoltura ko, a rischio 4 mila aziende
Enrico Pizzi
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CAMPI Il rischio è che non vengano più seminatiQuasi quattromila imprese agricole a rischio chiusura il prossimo anno. È l'allarme lanciato ieri dalla Cia, la Confederazione italiana agricoltori. L'orizzonte in Maremma è a tinte fosche: allevamenti che sono già stati chiusi, agricoltori che, con tutta probabilità, non semineranno grano questo inverno, viticoltori che hanno lasciato l'uva nel campo
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GROSSETO. Quasi quattromila imprese agricole a rischio chiusura il prossimo anno. È l'allarme lanciato ieri dalla Cia, la Confederazione italiana agricoltori. L'orizzonte in Maremma è a tinte fosche: allevamenti che sono già stati chiusi, agricoltori che, con tutta probabilità, non semineranno grano questo inverno, viticoltori che hanno lasciato l'uva nel campo.
L'agricoltura maremmana, insomma, questa volta rischia davvero la chiusura e il presidente provinciale Enrico Rabazzi parla del 30-40% delle 11mila imprese agricole iscritte alla Camera di commercio, dunque tra le 3 e le 4mila imprese, che tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 potrebbero cessare la propria attività, che non significa necessariamente la chiusura della partita Iva, ma più semplicemente l'abbandono delle produzioni. Per questo la Cia ha promosso la mobilitazione del settore e annuncia azioni di protesta.
Il primo problema all'ordine del giorno è quello del prezzo del grano: attualmente viene liquidato a 15 euro al quintale, un prezzo che scoraggia chi deve seminare perché non copre più della metà del costo di produzione. E se non si semina, qualche problema si manifesterà anche sull'attività delle cooperative di servizi presenti in provincia.
Sul fronte della zootecnia, risolta temporaneamente la questione del pagamento del latte ovino, rimane del tutto aperta quella del latte bovino e del bestiame da carne, con i prezzi fermi dagli anni'90, e alcuni allevamenti hanno già chiuso i battenti.
Non brilla il sole nemmeno sui vigneti, visto che, stando ai dati della Cia, il prezzo delle uve, anche quelle di pregio, si è ridotto del 70% rispetto a qualche anno fa e, nonostante tutto, c'è chi non è riuscito a vendere il proprio prodotto ed è stato costretto a lasciare l'uva nel campo.
Il presidente regionale della Cia Giordano Pascucci parla della crisi peggiore che l'agricoltura toscana affronta negli ultimi 20 anni. E la preoccupazione per il futuro di tante aziende, spesso fortemente indebitate con le banche, è forte, tanto da spingere il presidente provinciale Rabazzi a prendere contatto con la Digos per mettere le forze dell'ordine al corrente di una situazione che potrebbe diventare esplosiva.
«È imprevedibile cosa potrà succedere - dice Rabazzi - perché perché chi sta per perdere l'azienda spesso sta per perdere anche la casa in cui vive con la propria famiglia».
La Cia sollecita misure anticrisi urgenti sia a livello regionale che nazionale. In particolare Pascucci sottolinea che dopo aver ottenuto, dalla Regione, l'anticipo dei premi Paac, «occorre un intervento sulle banche per far sì che le imprese ottengano maggiore liquidità».
Al governo nazionale Pascucci chiede «risposte sulle misure anticrisi finalizzate a finanziare in maniera adeguata il fondo di solidarietà nazionale, sgravi contributivi per le aree montane svantaggiate, misure anticicliche per garantire un reddito alle imprese di fronte all'oscillazione dei prezzi sui mercati».
L'agricoltura maremmana, insomma, questa volta rischia davvero la chiusura e il presidente provinciale Enrico Rabazzi parla del 30-40% delle 11mila imprese agricole iscritte alla Camera di commercio, dunque tra le 3 e le 4mila imprese, che tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010 potrebbero cessare la propria attività, che non significa necessariamente la chiusura della partita Iva, ma più semplicemente l'abbandono delle produzioni. Per questo la Cia ha promosso la mobilitazione del settore e annuncia azioni di protesta.
Il primo problema all'ordine del giorno è quello del prezzo del grano: attualmente viene liquidato a 15 euro al quintale, un prezzo che scoraggia chi deve seminare perché non copre più della metà del costo di produzione. E se non si semina, qualche problema si manifesterà anche sull'attività delle cooperative di servizi presenti in provincia.
Sul fronte della zootecnia, risolta temporaneamente la questione del pagamento del latte ovino, rimane del tutto aperta quella del latte bovino e del bestiame da carne, con i prezzi fermi dagli anni'90, e alcuni allevamenti hanno già chiuso i battenti.
Non brilla il sole nemmeno sui vigneti, visto che, stando ai dati della Cia, il prezzo delle uve, anche quelle di pregio, si è ridotto del 70% rispetto a qualche anno fa e, nonostante tutto, c'è chi non è riuscito a vendere il proprio prodotto ed è stato costretto a lasciare l'uva nel campo.
Il presidente regionale della Cia Giordano Pascucci parla della crisi peggiore che l'agricoltura toscana affronta negli ultimi 20 anni. E la preoccupazione per il futuro di tante aziende, spesso fortemente indebitate con le banche, è forte, tanto da spingere il presidente provinciale Rabazzi a prendere contatto con la Digos per mettere le forze dell'ordine al corrente di una situazione che potrebbe diventare esplosiva.
«È imprevedibile cosa potrà succedere - dice Rabazzi - perché perché chi sta per perdere l'azienda spesso sta per perdere anche la casa in cui vive con la propria famiglia».
La Cia sollecita misure anticrisi urgenti sia a livello regionale che nazionale. In particolare Pascucci sottolinea che dopo aver ottenuto, dalla Regione, l'anticipo dei premi Paac, «occorre un intervento sulle banche per far sì che le imprese ottengano maggiore liquidità».
Al governo nazionale Pascucci chiede «risposte sulle misure anticrisi finalizzate a finanziare in maniera adeguata il fondo di solidarietà nazionale, sgravi contributivi per le aree montane svantaggiate, misure anticicliche per garantire un reddito alle imprese di fronte all'oscillazione dei prezzi sui mercati».
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