Sicurezza
Assolti i vertici della Caolino Italia
Federico Lazzotti
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LA MINIERA Si trova in località Le Fabbriche di Piloni a RoccastradaSono stati assolti perché il «fatto non costituisce reato» i vertici della Caolino d'Italia, la società concessionaria di una miniera in località Le fabbriche di Piloni a Roccastrada. E a cui il Comune ha chiesto nel 2007 quasi tre milioni di euro di risarcimento per presunti danni ambientali al fosso Rigualdo un affluente che sfocia nel Farma
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GROSSETO. Sono stati assolti perché il «fatto non costituisce reato» i vertici della Caolino d'Italia, la società concessionaria di una miniera in località Le fabbriche di Piloni a Roccastrada. E a cui il Comune ha chiesto nel 2007 quasi tre milioni di euro di risarcimento per presunti danni ambientali al fosso Rigualdo un affluente che sfocia nel Farma. Adesso sia gli avvocati difensori della Srl che i legali dell'amministrazione aspettano le motivazioni del giudice per verificare le conseguenze che potrà avere la sentenza nel proseguo della battaglia legale.
Quella tra amministrazione comunale e la Caolino Italia è una guerra che va avanti da dieci anni. La procedura penale nasce, infatti, da un'ordinanza del Comune firmata dall'allora sindaco di Roccastrada Leonardo Marras che chiedeva alla società «l'immediata rimozione ed avvio a recupero o smaltimento dei residui di produzione depositati in modo incontrollato nell'area di miniera e lungo la scarpata che finisce nel fosso Rigualdo». Inoltre l'amministrazione chiedeva «interventi tecnici per impedire e contenere il dilavamento» e infine la presentazione entro 15 giorni di rigenerazione idraulica di idonei bacini». Da questo esposto e dalle successive verifiche dell'Arpat era stato ravvisato «un intorbimento del Farma dovuto a materiali fini argillosi provenienti dal Rigualdo».
Nel mirino della Procura sono finiti Marco Bitossi, 57 anni di Montelupo Fiorentino, amministratore unico della Coalino Italia; Arduino Bertoni, 64 anni, bellunese, direttore dei lavori della miniera e Paolo Pepi, 40 anni, grossetano, amministratore della Pepi trasporti.
I tre erano accusati di reati ambientali in particolare sulle acque reflue e sullo smaltimento dei rifiuti e sulla violazione di bellezze naturali e beni ambientali sotto tutela.
Secondo la perizia dell'Arpat fosse proseguito lo smaltimento dei rifiuti nel Rigualdo, nel tempo si sarebbero potuti verificare danni anche alla flora nonché alla fauna e in particolare ai micro invertebrati betonici. Per questo l'Arpat auspicava la costruzione di una vasca di raccolta e decantazione» che il Comune aveva già chiesto alla Regione.
L'impianto accusatorio non ha però retto davanti al giudice. «L'azienda - spiega l'avvocato fiorentino massimo Megli - non ha scarichi industriali che possano generare quel tipo di danni e soprattutto la Miniera di Caolino non produce nessun tipo di rifiuto poiché la scoperchiatura del terreno viene riutilizzata nelle varie fasi di ripristino e tutto il materiale estratto è destinato ad essere rivenduto».
Quella tra amministrazione comunale e la Caolino Italia è una guerra che va avanti da dieci anni. La procedura penale nasce, infatti, da un'ordinanza del Comune firmata dall'allora sindaco di Roccastrada Leonardo Marras che chiedeva alla società «l'immediata rimozione ed avvio a recupero o smaltimento dei residui di produzione depositati in modo incontrollato nell'area di miniera e lungo la scarpata che finisce nel fosso Rigualdo». Inoltre l'amministrazione chiedeva «interventi tecnici per impedire e contenere il dilavamento» e infine la presentazione entro 15 giorni di rigenerazione idraulica di idonei bacini». Da questo esposto e dalle successive verifiche dell'Arpat era stato ravvisato «un intorbimento del Farma dovuto a materiali fini argillosi provenienti dal Rigualdo».
Nel mirino della Procura sono finiti Marco Bitossi, 57 anni di Montelupo Fiorentino, amministratore unico della Coalino Italia; Arduino Bertoni, 64 anni, bellunese, direttore dei lavori della miniera e Paolo Pepi, 40 anni, grossetano, amministratore della Pepi trasporti.
I tre erano accusati di reati ambientali in particolare sulle acque reflue e sullo smaltimento dei rifiuti e sulla violazione di bellezze naturali e beni ambientali sotto tutela.
Secondo la perizia dell'Arpat fosse proseguito lo smaltimento dei rifiuti nel Rigualdo, nel tempo si sarebbero potuti verificare danni anche alla flora nonché alla fauna e in particolare ai micro invertebrati betonici. Per questo l'Arpat auspicava la costruzione di una vasca di raccolta e decantazione» che il Comune aveva già chiesto alla Regione.
L'impianto accusatorio non ha però retto davanti al giudice. «L'azienda - spiega l'avvocato fiorentino massimo Megli - non ha scarichi industriali che possano generare quel tipo di danni e soprattutto la Miniera di Caolino non produce nessun tipo di rifiuto poiché la scoperchiatura del terreno viene riutilizzata nelle varie fasi di ripristino e tutto il materiale estratto è destinato ad essere rivenduto».
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