Il Tirreno

Grosseto

Addio a Suni Agnelli, signora del Novecento

di Vittorio Emiliani
Addio a Suni Agnelli, signora del Novecento

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Aveva, anche da anziana, il portamento «dinastico» degli Agnelli, alta, diritta, con una bella testa bianca e una allure inconfondibile. Così la vidi entrare negli angusti banchi di Montecitorio, ancora cinquantaquattrenne, nel 1976, dopo le elezioni nelle quali il Pci di Enrico Berlinguer era stato vicino a sorpassare la Dc e lei si era candidata col Pri di Giovanni Spadolini. Un partito «nobile» per il quale anche il fratello maggiore Gianni aveva sempre espresso la propria preferenza. Da due anni Susanna, per i famigliari e gli intimi Suni, era sindaco di un Comune dalla natura splendida e però insidiata da pressioni speculative continue: l'Argentario. Che cercò di preservare quanto poté dal cemento nel decennio durante il quale guidò l'amministrazione di centrosinistra.

Era ancora una bella donna, un po' giunonica (aveva avuto sei figli da Urbano Rattazzi, vecchia nobiltà piemontese, anzi sabauda) quando fece il proprio ingresso nell'aula di Montecitorio dove doveva rimanere per sedici anni. L'anno prima, nel 1975, era uscito, diventando subito un best-seller, il suo primo libro di memorie dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza: «Vestivamo alla marinara».
In quel libro fortunato emergeva l'educazione severa, di taglio laicamente cosmopolita, avuta soprattutto da governanti ed educatrici, con un motto di famiglia inderogabile «Don't forget you are an Agnelli», non dimenticare di essere una Agnelli. Per lei come per il fratello maggiore Gianni la figura maschile di riferimento era stata soprattutto il nonno Giovanni. Del padre Edoardo si è sempre parlato poco, della madre Clara ancor meno, la sua love's story con Curzio Malaparte (Kurt Suckert) direttore del giornale di famiglia degli Agnelli, «La Stampa», a poco più di trent'anni, aveva creato imbarazzi e problemi.

In «Vestivamo alla marinara» Suni raccontava anche la propria esperienza di ventenne crocerossina di guerra sulle navi «bianche» che trasportavano in Italia i feriti nello stesso periodo in cui il fratello era ufficiale, come il nonno Giovanni. E questa dell'impegno sociale doveva rimanere poi un'altra connotazione di fondo della vita pubblica di Susanna Agnelli. Per un ventennio infatti doveva presiedere, e non per forma, Telethon, concorrendo a creare attorno alla sempre più grande raccolta di fondi per la ricerca un sempre più grande clima di fiducia. Raccontava sempre che l'avevano spinta a quel passo impegnativo alcune mamme di bambini distrofici, avviandola ad «una esperienza per me entusiasmante».

Ma la politica l'aveva ormai stabilmente sedotta, anche con un passaggio di alcuni anni a Strasburgo nell'Europarlamento dove, non a caso della commissione Bruntland per l'ambiente, era una delle più avanzate. Doveva presto avere anche esperienze di governo, agli Esteri; forse alla Farnesina non avevano mai sentito un inglese così fluently, così perfetto. Non sarà stata una stratega della politica estera e però in quegli ambienti sapeva muoversi bene, portando benissimo quella testa «regale». Così, nel 1995-96, nel governo del «ribaltone» presieduto da Lamberto Dini, divenne addirittura il titolare della Farnesina, primo (e ultimo, per ora) ministro degli Esteri al femminile in Italia. Con la disinvoltura della donna di mondo che - me lo raccontò un giorno, divertita, Camilla Cederna, la più grande giornalista e scrittrice di costume del Novecento - aveva dimostrato su «Harper's Bazar» parlando in una intervista dei suoi amori.

Suni Agnelli intrattenne per molti anni una rubrica di posta coi lettori su «Oggi», settimanale di larga diffusione, dando consigli, dispensando le perle di una educazione e di una esistenza cosmopolita, laica, non cinica evidentemente come i miliardi le avrebbero potuto consentire. Non doveva piacerle molto l'Italia di oggi se in un'altra intervista aveva premesso di non voler parlare troppo male del suo Paese (che amava). Però una cosa ci aveva tenuto a sottolinearla: la meritocrazia le appariva, in patria, sempre meno praticata. «A proposito di meritocrazia», concludeva ironica, «forse noi italiani ci meritiamo un paese migliore. Voi che dite?»

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