La manifestazione
«Ho ucciso, chiedo perdono a tutti»
Federico Lazzotti
◗
La casa del delittoAldo Staiani in una lettera si scusa con i familiari di Silvana Abate
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GROSSETO. Chiede scusa Aldo Staiani e dice di farlo «con il cuore e in un forte stato emozionale». Il cuoco salentino dopo aver confessato di essere l’assassino dell’Amiata e di aver ucciso il 10 luglio scorso Silvana Abate, chiede perdono a tutti: ai familiari della vittima, ai suoi genitori, ma soprattutto a sua moglie e suo figlio «per aver infranto tutti i nostri sogni». Lo fa in una trentina di righe scritte in stampatello e arrivate nei giorni scorsi in redazione. Non chiede sconti Staiani perché - dice - «è giusto che paghi per ciò che ho commesso».
La sua condanna sarà decisa nei prossimi mesi, forse già i primi di luglio in un processo con rito abbreviato dove rischia una pena fino a 30 anni di carcere. «Vi scrivo questa lettera perché le mie scuse divengano pubbliche». Inizia così la lettera scritta dal carcere di via Saffi e datata 31 marzo 2009. È il padre del ventottenne a confermare che quelle frasi le ha scritte suo figlio. «La settimana scorsa - ricorda Antonio Staiani - ho visto Aldo e mi ha detto che aveva sentito il bisogno di scrivere una lettera per chiedere perdono».
Staiani, sposato e padre di un bambino di tre anni, è in carcere con l’accusa di omicidio dal 7 novembre scorso quando i carabinieri lo arrestarono mentre era nel convitto di Arcidosso dove lavorava come cuoco. Il giorno dopo, durante l’udienza di convalida davanti al giudice, arrivò la confessione. Nella lettera, le prime persone cui Staiani chiede perdono sono i familiari di Silavana Abate, trovata morta appena dentro l’ingresso di casa dopo essere stata colpita da dodici coltellate, quella mortale alla gola.
«Innanzitutto - va avanti - ho l’obbligo sia morale che personale di porre le mie scuse, anche se è più che scontato che non vengano accettate, alla famiglia Abate per essere stato colpevole dei aver cagionato la morte della signora Silvana». Staiani cerca anche di ripercorrere quello che è successo all’esterno della villa e soprattutto quello che lo ha spinto ad estrarre un piccolo coltello a scatto che teneva in tasca e colpire l’ex allevatrice di visoni, vedova e madre di quattro figli. «Purtroppo - ricorda - in un momento di serio bisogno economico ho perso il controllo della situazione e ora è giusto che paghi per ciò che ho commesso». Staiani era entrato nella villa per mettere a segno un furto.
«Da una settimana mangiavo un panino vuoto a pranzo e una coppetta di gelato alla sera - ha raccontato anche al giudice il girono dopo il fermo - Ero stato a casa della vittima qualche mese prima per affittare il secondo piano, poi non se ne era fatto di nulla. Ma in paese dicevano che erano ricchi. Ecco perché quella sera volevo entrare nella casa». Quando la donna e il cuoco si sono trovati uno di fronte all’altro Staiani è scoppiata la rabbia. Per quello che ha fatto Staiani chiede scusa «a tutte le persone che mi conoscono e che in me hanno sempre avuto fiducia. Chiedo scusa - va vanti - a anche ai miei genitori, due persone assolutissimamente perbene che di certo non si meritavano un figlio come me. Ed anche alla mia dolcissima moglie e al mio piccolo Mattia per aver infranto tutti i nostri sogni per i quali non mi perdonerò mai».
La lettera si chiude con alcuni ringraziamenti a partire dalla casa circondariale di Grosseto «per avermi dato subito la possibilità di lavorare (Staini un paio di volte alla settimana prepara il pranzo per gli altri carcerati ndr) in modo da farmi distrarre. Inoltre ringrazio tutto il team sanitario per essere stati sempre gentilissimi con te». In fede Staiani Aldo.
La sua condanna sarà decisa nei prossimi mesi, forse già i primi di luglio in un processo con rito abbreviato dove rischia una pena fino a 30 anni di carcere. «Vi scrivo questa lettera perché le mie scuse divengano pubbliche». Inizia così la lettera scritta dal carcere di via Saffi e datata 31 marzo 2009. È il padre del ventottenne a confermare che quelle frasi le ha scritte suo figlio. «La settimana scorsa - ricorda Antonio Staiani - ho visto Aldo e mi ha detto che aveva sentito il bisogno di scrivere una lettera per chiedere perdono».
Staiani, sposato e padre di un bambino di tre anni, è in carcere con l’accusa di omicidio dal 7 novembre scorso quando i carabinieri lo arrestarono mentre era nel convitto di Arcidosso dove lavorava come cuoco. Il giorno dopo, durante l’udienza di convalida davanti al giudice, arrivò la confessione. Nella lettera, le prime persone cui Staiani chiede perdono sono i familiari di Silavana Abate, trovata morta appena dentro l’ingresso di casa dopo essere stata colpita da dodici coltellate, quella mortale alla gola.
«Innanzitutto - va avanti - ho l’obbligo sia morale che personale di porre le mie scuse, anche se è più che scontato che non vengano accettate, alla famiglia Abate per essere stato colpevole dei aver cagionato la morte della signora Silvana». Staiani cerca anche di ripercorrere quello che è successo all’esterno della villa e soprattutto quello che lo ha spinto ad estrarre un piccolo coltello a scatto che teneva in tasca e colpire l’ex allevatrice di visoni, vedova e madre di quattro figli. «Purtroppo - ricorda - in un momento di serio bisogno economico ho perso il controllo della situazione e ora è giusto che paghi per ciò che ho commesso». Staiani era entrato nella villa per mettere a segno un furto.
«Da una settimana mangiavo un panino vuoto a pranzo e una coppetta di gelato alla sera - ha raccontato anche al giudice il girono dopo il fermo - Ero stato a casa della vittima qualche mese prima per affittare il secondo piano, poi non se ne era fatto di nulla. Ma in paese dicevano che erano ricchi. Ecco perché quella sera volevo entrare nella casa». Quando la donna e il cuoco si sono trovati uno di fronte all’altro Staiani è scoppiata la rabbia. Per quello che ha fatto Staiani chiede scusa «a tutte le persone che mi conoscono e che in me hanno sempre avuto fiducia. Chiedo scusa - va vanti - a anche ai miei genitori, due persone assolutissimamente perbene che di certo non si meritavano un figlio come me. Ed anche alla mia dolcissima moglie e al mio piccolo Mattia per aver infranto tutti i nostri sogni per i quali non mi perdonerò mai».
La lettera si chiude con alcuni ringraziamenti a partire dalla casa circondariale di Grosseto «per avermi dato subito la possibilità di lavorare (Staini un paio di volte alla settimana prepara il pranzo per gli altri carcerati ndr) in modo da farmi distrarre. Inoltre ringrazio tutto il team sanitario per essere stati sempre gentilissimi con te». In fede Staiani Aldo.
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