Il Tirreno

Grosseto

GROSSETO IN LUTTO PER SILVIA TRABALZINI

Le trapiantano un cuore malato e muore

Le trapiantano un cuore malato e muore

«Sto entrando in sala operatoria. Ci risentiamo». Un sms a un amico, poi Silvia ha spento il telefono. Era quasi mezzanotte, giovedì, quando Silvia Trabalzini, 35 anni ad agosto, addetta stampa del Comune di Grosseto, si è affidata fiduciosa ai cardiochirurghi del San Matteo di Pavia. «Era felice di aver trovato un donatore compatibile, un cuore nuovo» racconta la madre. Invece quel cuore l'ha uccisa. L'organo del donatore si è rivelato, a intervento ormai avviato, non adeguato. «C'era una particolare friabilità dei tessuti» dice il primario di cardiochirurgia, prof. Viganò.

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"Mi dicono che è tutto ok. Alle due entro in sala». L'ultimo sms, all'una e mezza della notte fra giovedì e venerdì, Silvia Trabalzini lo ha inviato a un assessore del Comune di Grosseto, Daniele Capperucci. Silvia, 35 anni, era giornalista e del Comune era capo ufficio stampa. E Daniele, appena uscito da un trapianto di cuore, era l'esempio al quale affidava tutta la sua fiducia. Silvia però non ce l'ha fatta. È morta in sala operatoria, per ragioni ancora tutte da chiarire.
 La storia di Silvia, nata a Siena il 26 agosto 1973, residente a Sarteano ma ormai grossetana per lavoro, è una di quelle storie che tagliano il fiato e pugnalano l'anima.
 Giovane, bella, bionda, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione intraprende il difficile mestiere di giornalista. Tanti uffici stampa, qualche collaborazione con giornali locali, poi - nell'estate 2006 - la chiamata per il primo vero incarico importante: il sindaco di Grosseto, Emilio Bonifazi, la vuole alla guida dell'ufficio stampa del Comune. Silvia si mette all'opera, efficiente e stimata da tutti. Sempre col sorriso sulle labbra, anche se dentro di sé porta un segreto terribile: da tredici anni, infatti, convive con un pace-maker inserito accanto al cuore, un salvavita contro le trappole tese dalla sua malattia, una displasia aritmogenica del ventricolo destro. Che potrebbe portarla a morte improvvisa.
 Il trapianto è la sua unica speranza. E da tre mesi è in lista di attesa.
 Eppure continua a lavorare, infaticabile, sempre a fianco della giunta che in queste settimane percorre su e giù la città per incontrare la gente in quartieri e frazioni. L'ultimo impegno giovedì scorso, a Marina di Grosseto. Ed è proprio lì che, nel pomeriggio, riceve inattesa la chiamata da Pavia. Dal centro trapianti dell'ospedale San Matteo, uno dei più importanti d'Italia, che le annuncia la disponibilità di un cuore: nel giro di poche ore è possibile il trapianto.
 Silvia non ci pensa troppo. Telefona a Daniele Capperucci, l'assessore che pochi mesi fa ha subito un trapianto di cuore a Siena e che proprio nei giorni scorsi è tornato - ormai in via di guarigione - al suo lavoro e al suo incarico amministrativo. L'assessore la conforta e lei parte, a bordo dell'elisoccorso Pegaso mobilitato dalla prefettura.
 «Era felice di aver trovato un donatore compatibile, un cuore nuovo. Ed era sicura che sarebbe andato tutto bene», dice la madre Rina. Invece quel cuore l'ha uccisa. Per ragioni sulle quali ora vuole fare luce anche l'ospedale pavese. Il cuore del donatore, un cuore giovane proveniente da un altro centro lombardo, si è rivelato - a intervento ormai avviato - non adeguato. «C'era una particolare friabilità dei tessuti. Sembrava di passare attraverso burro fuso», dice il professor Mario Viganò, il primario, che non era in ospedale ma è rimasto in contatto con la sua équipe al San Matteo per tutta quella interminabile notte. «Non reggeva il passaggio dei fili di sutura», spiega. Cosa sia accaduto è per ora un mistero. Tanto che nel tardo pomeriggio di ieri i medici legali del San Matteo hanno chiesto l'autorizzazione ai genitori della ragazza, che la vegliavano in camera mortuaria, di poter prelevare nuovamente il cuore donato per studiarlo. Per sciogliere l'enigma. «Tutti gli esami previsti di prassi da Nit, il Nord italian transplant, sono stati eseguiti correttamente. E sono rigorosi» spiegano al San Matteo. Anche il chirurgo pavese che ha effettuato il prelievo recandosi personalmente nel centro di provenienza l'ha giudicato «valido». Forse solo un'ulteriore indagine genetica avrebbe potuto rivelare il problema.
 E allora cosa è accaduto? La direzione sanitaria del San Matteo ha avviato un'indagine. La professoressa Eloisa Arbustini, che studia le malattie genetiche rare e che seguiva Silvia da anni, è rientrata in fretta da Boston, sconvolta.
 E cosa sia accaduto se lo chiede anche la famiglia giunta da Siena. Nei primi minuti dopo la tragedia la madre Rina se l'è chiesto con rabbia, che lentamente ha ceduto il posto a una dolorosa rassegnazione.
 Di certo Silvia è entrata in sala operatoria nella notte. Ma quando è giunto il momento di innestarle il cuore nuovo, i chirurghi hanno subito riscontrato i primi grossi problemi. Impossibile suturarlo. I tessuti si sfilacciavano, inconsistenti. Vista la gravità della situazione si è deciso di applicare un'assistenza ventricolare meccanica. Battiti artificiali per tenerla in vita. È stata trasferita nella vicina Terapia intensiva, mentre da Pavia partiva l'emergenza nazionale per la ricerca di un cuore compatibile, dello stesso gruppo.
 Poche ore più tardi Silvia ha ceduto, lei che i familiari descrivono così «combattiva e coraggiosa».
 Se ne è andata prima che dalla rete dei trapianti italiana arrivasse una risposta. Un altro cuore, così raro da trovare.

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