Il Tirreno

Grosseto

Due raffiche e i vetri blindati hanno ceduto

Claudio Bottinelli
Due raffiche e i vetri blindati hanno ceduto

Parla il vigilante che si è salvato: ho visto trascinare il corpo del mio compagno

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GROSSETO. Nella sua memoria c’è come un vuoto; la sua mente rifiuta di riportarlo a quei terribili momenti di lunedì pomeriggio quando, assieme al suo collega, Raffaele Baldanzi, stava rientrando da Massa Marittima verso Grosseto percorrendo al volante del furtgone blindato la provinciale 49 dell’Accesa. Fabrizio Masini è uscito vivo da quell’inferno di fuoco nel quale ha perso la vita il suo collega; se l’è cavata con delle sbucciature e un colpo della strega, ma la sua mente è sconvolta e rifiuta la tragedia che ha dovuto vivere. Quando suoniamo alla porta di casa sua, in una palazzina del Verde Maremma, a Grosseto, a un passo da viale Uranio, il primo impulso di Fabrizio Masini è di chiudersi, di non voler rispondere alle domande. «Scusatelo, è choccato», dice sua madre. Poi ci ripensa, e poco a poco ricorda. Parla e ricostruisce i momenti dell’assalto, la paura, il terrore dell’esplosione, l’orrore nel vedere il compagno morto.

«Avevamo fatto quattro o cinque fermate a Massa Marittima - precisa Fabrizio - per raccogliere i sacchi con i soldi da portare a Grosseto. Un lavoro di routine. Sempre però facendo percorsi diversi, sempre in orari diversi, sempre in allerta». Poi hanno disceso Schiantapetto e hanno imboccato la strada stretta che porta verso il lago dell’Accesa. «Ero al volante. D’improvviso - ricorda Fabrizio Masini - mi son visto quel camioncino venirmi addosso, diritto. Non sapevo che fare, e d’altra parte c’è stato poco da fare. Un impatto tremendo che ci ha storditi, dentro la cabina di guida. Poi, subito dopo, un altro colpo, stavolta da dietro, con il furgone che si è alzato da terra per un paio di metri ed è ricaduto giù pesantemente, con un tonfo sordo». I due vigilantes della Securpol di Grosseto hanno stentato a mettere a fuoco la situazione. «Solo quando ho sentito le grida dei banditi, che urlavano forte - dice Fabrizio Masini - e i colpi delle mitragliette mi sono reso conto».

Qui il racconto diventa drammatico. I due vigilantes, semisvenuti per le due botte, prigionieri della cabina blindata; i banditi che sparavano. Un inferno. «I vetri antiproiettile hanno retto ai primi due colpi - racconta Masini - ma poi non ce l’hanno fatta e sono saltati. Io ero accucciato sul manubrio. Raffaele accanto a me. Poi ho una gran confusione in testa. I banditi hanno aperto lo sportello, mi hanno trascinato giù e mi hanno urlato di sdraiarmi sull’asfalto, un po’ distante dal furgone blindato, sulla sinistra delle nostra direzione di marcia. L’ho fatto. Poi ho capito che tiravano giù il corpo di Raffele. Lo hanno trascinato lontano dal furgone. Era già morto. L’hanno fatto per pietà. Poco tempo e l’esplosione che mi è entrata dentro, e il fuoco. E le urla. Gli ordini gridati ma non saprei in quale dialetto. Ho sentito qualcuno dire che i banditi parlavano sardo, ma io proprio non sarei in grado di confermarlo. Proprio non l’ho capito. Il mio terrore era alle stelle».

Una cosa Fabrizio Masini tiene a precisare: «Con me i banditi non sono stati duri. Non mi hanno picchiato. E non capisco perchè abbiano sparato». Avevate accennato a una difesa armata del furgone? «Niente affatto», precisa Fabrizio. «Siamo stati fermi». Lui, Fabrizio, è rimasto sdraiato, testa in giù, sulla strada, finchè non sono arrivati i carabinieri. Poi è stato medicato all’ospedale di Massa Marittima e, ieri, a quello di Grosseto. Ma solo per levargli dalle mani le schegge dei vetri del parabrezza e mettergli il collarino per il colpo della strega. Poi è rimasto in casa. A ripensare a quei terribili minuti, allo scontro, agli spari, al boato dell’esplosione, al compagno che gli è morto accanto.

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