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Riprendiamoci tutto, prestigio e Coppa

di Chiara Andrea Bevilacqua
Riprendiamoci tutto, prestigio e Coppa

Vincere la competizione porterebbe nelle casse del club tra i 5 e i 7 milioni

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Come suggerisce il proverbio che recita “prima il dovere e poi il piacere” partirei con un piccolo riepilogo di ciò che la Coppa Italia comporta. Vorrei evitare di chiamare in causa gli aspetti economici, perché sono discretamente stanca di parlare di soldi quando si parla di calcio. Ma ci sono anche quelli, Calcio e Finanza li ha riportati e io quindi mi limito a dire che chi arriva in finale incassa tra i 5 e i 7 milioni di euro circa. Senza contare quel che deriva dalla vendita dei biglietti per le partite, via via che si avanza nella competizione. Poi ci sono i premi più allettanti, quelli sportivi. Senza nulla togliere alla ricca SuperCoppa italiana che, da vincitore della Coppa Italia, ti giochi di diritto, la qualificazione ai gironi di Europa League è una ricompensa che non disdegnerei. (Qualificazione che a sua volta regala più di 3 milioni di euro di incasso). Queste premesse erano doverose per metterla sul piano pratico, a me però interessa anche quello che c’è oltre. Se si parla di Coppa Italia la mia testa viaggia indietro di qualche anno, in occasione di due situazioni ad essa legate e che mi son rimaste impresse, da tifosa presente allo stadio in entrambi i casi. Ovviamente la prima riguarda la finale a Roma col Napoli. Una serata che di sport non ha offerto nulla e che mi ha sicuramente lasciato un brutto ricordo. Poi c’è una serata al Franchi, ai tempi di Sousa e di una Fiorentina che si sentiva sprecata per quel contesto e che uscì quindi sconfitta, dal campo e dalla competizione, col Carpi. In un’annata in cui il calendario ci avrebbe anche permesso di provarci per davvero a vincerla quella coppa che ci andava stretta. Della partita ho rimosso tutto ma ricordo che provai un senso di fastidio: avevo la sensazione che si fosse sprecata con arroganza una grande occasione per tornare a festeggiare qualcosa. I mesi successivi (e il mercato) ci presentarono una realtà ben distinta dalle aspettative di quella serata e restammo a bocca asciutta su ogni fronte. Io non comprendo lo snobismo che si sta facendo strada all’interno del mondo del calcio nei confronti di alcune competizioni. Ovvio che esistano gerarchie in termini di prestigio ma festeggiare un trofeo è comunque un traguardo. Il sigillo ideale per un percorso che hai affrontato dando il meglio che potevi. L’occasione per sentirsi di nuovo i migliori in qualcosa. Il primo gradino di una lunga salita. Quest’anno il calendario è ben diverso dal 2015/2016. La strada è più tortuosa e gli avversari di ben altro rango. Però è anche l’ora di confrontarsi con qualcosa che sulla carta sembri fuori dalla nostra portata. Non certo per autolesionismo o per poter ribadire di essere lontani dai fasti passati, ma per individuare ciò che ci manca e dove occorra migliorarsi. Senza contare che non è nemmeno detto che il campo porti risposte negative. Temo che a furia di sentirci dire che non siamo abbastanza si possa finire per crederci noi in primis. Sarebbe la fine di ogni ambizione sportiva. l © RIPRODUZIONE RISERVATA

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