Il Tirreno

Firenze

L’intervista

Orgoglio Kouame: «La Fiorentina era nel mio destino»

di Francesca Bandinelli
Orgoglio Kouame: «La Fiorentina era nel mio destino»

L’ivoriano si racconta a cuore aperto: «Rimasto per chiudere il cerchio. Lotterò per vincere qualcosa di importante»

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FIRENZE. Corre veloce sempre, in campo e con le parole. Con la sua spontaneità, a volte, ti spiazza, proprio come fa con gli avversari, che se lo puntano a destra lui schizza via a sinistra, imprevedibile come il vento. Christian Kouame si racconta. «Ho finalmente chiuso un cerchio» ci dice. Perché dalla Costa d’Avorio, il primo angolo d’Italia, per lui, è stato Sesto Fiorentino, nell’hinterland di Firenze, e oggi vestire questa maglia vale persino di più. Quanto un gol alla Juventus, quello che ha segnato qualche mese fa e che ha festeggiato battendosi il pugno sul petto, proprio sul giglio. «La sera prima avevo visto gli occhi dei tifosi, volevo quella rete per loro: ci sostengono, ci incitano. E poi trasmettono una carica pazzesca. Rimasi senza parole, da avversario, quando venni a giocare al Franchi con la maglia del Genoa: i brividi li sento ancora». Italiano lo ha messo in condizione di esaltarsi anche da esterno offensivo – «sì, adesso mi piace stare lì» – e lui si gode il momento, pensando solo a divertirsi», mettendo in un angolo tutto, anche il gioco di numeri dei gol stagionali da rincorrere. «Possiamo scalare la classifica, ci basterà essere noi stessi. E poi voglio trascinare la Fiorentina il più avanti possibile in Conference». Ascolta musica ivoriana, balla ogni volta che può – il dj, nello spogliatoio, manco a dirlo, «è Gollini» – e ama la pasta col sugo di cinghiale: è il Kouame che non ti aspetti, il detonatore di tutto, di sogni e entusiasmo.

Kouame a che età ha cominciato a giocare a pallone?

«Da piccolissimo, più o meno all’età di otto anni, nel campetto davanti a casa, in Costa d’Avorio. Appena uscivo di casa sapevo già dove andare».

È sempre stato un attaccante?

«Sì, mi sono sempre mosso là davanti, esterno o centravanti».

E quando le hanno detto che sarebbe partito per l’Italia, quale è stata la sua reazione?

«Non ci credevo. Anzi, in realtà non ci ho creduto fino a quando non ho visto il timbro sul passaporto. Avevo 15 anni, quasi 16: è stato in quel momento che mi sono convinto. Ho pensato che sì, ce l’avevo fatta».

Da solo, senza la sua famiglia, non deve essere stato semplice.

«No, ma per fortuna con me partirono anche altri ragazzi. Eravamo insieme e questo ci ha dato tanta forza. Non ero abituato a stare lontano dai miei cari: i miei genitori erano separati, io vivevo con mio padre e mio fratello, ma nostra madre era comunque piuttosto vicina. Una distanza come quella tra lo stadio ed il centro storico di Firenze. All’inizio è stato difficile, ma sapevo che dovevo adattarmi subito. La consapevolezza di essere arrivato in Italia per realizzare il mio sogno di diventare un giocatore professionista ha prevalso: mi sono concentrato su questo, senza pensare ad altro».

Firenzricorre sempre: la sua prima tappa italiana è stata Sesto Fiorentino. Oggi, invece, veste con orgoglio la maglia viola. Che effetto le fa?

«Sono molto contento, perché quando sono arrivato la prima cosa che ho conosciuto è stata proprio la Fiorentina. Tutti i miei compagni della Sestese erano tifosissimi. Vedevamo le partite insieme e loro mi hanno trasmesso questo grande affetto. E poi, anche in quegli anni, c’era una squadra molto forte. Ci giocavano Borja Valero, Cuadrado. Mi piaceva proprio tutto: vedere i calciatori giocare e osservare il trasporto della tifoseria dagli spalti. Sono convinto che sia stato il destino a riportarmi qui».

In che senso?

«Perché sembrava tutto fatto per il mio passaggio in Premier, poi invece, in un attimo, è cambiata la prospettiva. Per due volte. È vero: all’inizio è stato difficile, ma quando sono tornato, dopo l’esperienza all’Anderlecht, la scorsa estate, ho pensato soltanto a riprendermi ogni cosa, a far diventare realtà quello che per mille motivi non si era mai verificato. Ho sempre avuto davanti ai miei occhi la fiducia incondizionata che questa società ha riposto in me: mi hanno acquistato quando ero ancora in fase di convalescenza per l’infortunio al crociato e il mio unico pensiero, da subito, è stato quello di ripagare questa stima. Non avevo ancora fatto nulla: non volevo e non potevo andarmene così».

Eppure il Brighton, in estate, ha fatto l’impossibile per cercare di prenderla.

«Non c’era solo il Brighton, le offerte erano davvero tante. Io, fin dal ritiro di Moena, mi sono concentrato unicamente sul dare il massimo, per far vedere a Italiano che, forse, poteva valere la pena. Ho fatto di tutto per dimostrare il mio valore, quantomeno per non lasciare niente di intentato: sapevo che avrei dovuto essere pronto a qualsiasi soluzione, pur consapevole di dover ponderare ben ogni decisione. La mia compagna stava aspettando il nostro secondo figlio: se avessi lasciato Firenze avrei dovuto mettere in conto qualche altra difficoltà da affrontare legata all’ambientamento, ripartendo da zero».

In pochi giorni, invece, lei si è conquistato non solo il diritto alla permanenza ma addirittura una maglia da titolare.

«Sia la società che l’allenatore mi hanno spiegato che intendevano puntare su di me. Con loro, anche il presidente: per me questa condivisione di intenti ha significato tantissimo. Qui sapevo di avere un vantaggio, ovvero conoscere tutto, compagni e tecnico. È stata una scelta facile e io sono rimasto per chiudere il cerchio».

Lei ha un contratto ancora lungo, considerando anche l’opzione a favore della società fino al 2025. Questo è un tempo sufficiente per Kouame per fare la storia a Firenze?

«Io ho un solo obiettivo, dare il massimo. Qui mi hanno preso rotto e anche per questo voglio aiutare la Fiorentina a vincere qualcosa di importante».

La sua stagione è cominciata con un assist alla prima di campionato, giocata per altro dall’inizio: questo è davvero il suo anno?

«Quella sera, fino all’ultimo non sapevo nemmeno che avrei giocato (ride, ndr)».

Il gol alla Juventus l’ha catapultata nella galleria degli “eroi” viola: ne è consapevole?

«Io so solo che quel gol lo volevo ad ogni costo. La sera prima un gruppo di tifosi venne da noi: ricordo benissimo di averli guardati, come ipnotizzato. Nei loro occhi avevano qualcosa di diverso. Ecco perché sono corso verso la Curva e mi sono battuto il pugno sul petto, sullo stemma della società: è stata la mia risposta a chi si è domandato a lungo se fossi davvero un calciatore da Serie A».

Qual è il suo obiettivo personale in questa stagione?

«Divertirmi, senza mettere limiti. Punto a dare il massimo, al di là di quanti gol possa effettivamente segnare».

A proposito, come sta con la schiena?

«Sto molto bene, sono pronto».

Questa classifica è troppo difficile da scalare?

«No, possiamo farcela. Abbiamo perso gare pur avendole dominate: siamo forti e dobbiamo esserne consapevoli. Lo abbiamo dimostrato con il Milan a San Siro, ma prima ancora con l’Inter e, al di là del risultato finale, anche con la Lazio: i primi 10 minuti giocati contro i biancocelesti sono stati top. Dobbiamo pensare di arrivare il più in alto possibile, perché è lì che meritiamo di stare. Faremo di tutto per arrivarci».

Il play off contro lo Sporting Braga è il nuovo passaporto per sognare?

«Noi siamo già lì con la testa. Col Twente abbiamo dimostrato carattere e dovremo farlo anche coi portoghesi. In Olanda abbiamo trovato un clima incandescente: erano “assatanati”, eppure siamo riusciti a restare compatti: faremo così anche coi portoghesi. Saremo noi stessi: è questa la strada maestra per portare a casa il risultato».

Lei si sente più esterno offensivo o punta centrale?

«Ora mi sento più esterno (ride, ndr). Avevo sempre giocato a due davanti, io ruotavo dietro la prima punta: in estate l’allenatore mi ha fatto cambiare e ora, sull’esterno, ho più spazio».

Cabral può diventare un valore aggiunto?

«Arthur è forte, deve solo restare tranquillo. Quello che sta passando lui ora, l’ho vissuto anche io: deve sapere che tutti noi compagni siamo in campo per aiutarlo, ma dentro l’area, credetemi, è davvero forte».

È sicuramente diverso da Jovic.

«Sì. A Jovic piace tornare indietro per giocare, Cabral è più bravo a riempire l’area di rigore».

E Gonzalez come sta?

«Nico sta bene. È uno a cui piace scherzare e deve essere così: se si mette a fare il serio, non è più Nico».

Tra i giovani della Primavera, chi l’ha sorpresa di più?

«Lorenzo Amatucci. Il primo giorno (il 5 dicembre scorso, ndr) l’ho visto un po’distrattamente, ma ho capito subito che è davvero forte».

Al Mondiale, ha tifato Messi o Mbappé?

«Non ho pensato mai di dovere scegliere, tuttavia ho sperato potesse vincere Messi. Si meritava questo titolo. È un giocatore a cui non devi dire niente: puoi solo guardarlo e imparare».

Il Marocco è stata la sorpresa del Mondiale: la Fiorentina ha la stessa “fame” della Selezione di Amrabat?

«Lo spero. Il Marocco ha dimostrato che con la voglia puoi davvero fare tutto. Hanno fatto piangere Belgio, Spagna, Portogallo. Anche noi viola possiamo vincere contro tutto e tutti».

La sua rapidità in corsa è una delle caratteristiche che la contraddistingue: ma ha mai pensato a qualche altro sport diverso dal calcio?

«No, volevo fare il calciatore. Ho sempre avuto il pallone in testa. Solo quello. Dite che sono veloce? No. Guardate Mbappé: ogni volta si trova di fronte avversari velocissimi, eppure lui viaggia coi giri ancora più alti. Io provo soltanto a fare quello che posso».

Quale il suo sogno più grande?

«Conquistare tanti titoli e, soprattutto, vincere qualcosa per il mio paese, per la Costa d’Avorio. Magari la Coppa d’Africa. E poi vorrei portare la Fiorentina più avanti possibile in Conference. Sogno di dare tanto sia alla città che alla tifoseria».

Tanti talenti del pallone hanno vestito la maglia della sua Nazionale, da Drogba a Yaya e Kolo Touré. Quale il suo punto di riferimento?

«Inevitabilmente Drogba. Mi piacerebbe “rubargli” quella cattiveria sottoporta che lo ha sempre contraddistinto. Ha segnato gol a grappoli: riuscissi a fare un po’di quello che ha fatto lui, sarebbe motivo d’orgoglio».

A proposito, il nuovo anno porterà in regalo il centro sportivo. È orgoglioso di inaugurarlo?

«Sì. Oltretutto ci speravo. Lo scorso anno me ne sono andato e ne ho solo sentito parlare». È solo questione di tempo, quello necessario per iniziare a scrivere la storia.  l

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