Toscana
Barak, anima viola: «Fame, lavoro e voglia di osare»
Il jolly ceco scommette sulla sua squadra: «L’obiettivo è scalare da subito la classifica»
È l’ultimo arrivato in ordine di tempo dal mercato ed è quello che, per primo, ha scalato le gerarchie all’interno dello spogliatoio, quasi sempre in campo dall’inizio, pronto a vestire, ogni volta, l’abito perfetto per provare a fare la differenza. Antonin Barak sorride e gioca subito al rilancio. Ha voglia di scalare la vetta, in campionato e, soprattutto, in Conference League. Risponde alle domande come gioca in campo, andando al nocciolo della questione, a viso aperto. «Questa è una Fiorentina che ha "fame" - ci dice -, l’anima non ci manca. Stiamo lavorando tanto, la direzione è quella giusta». Il "Rinascimento" viola, insomma, è appena iniziato: ora serve solo macinare risultati, recuperare terreno. Per l’orgoglio, per non avere rimpianti. «Per essere poi in grado, a gennaio, alla ripresa del campionato, di poter continuare a dire la nostra ovunque». Il pari con la Juventus gli è rimasto stretto, forse anche quello contro il Napoli: per chiudere il cerchio, andando a prendersi una soddisfazione contro una grande, serve un altro passo. Magari già oggi a Bergamo, contro quel Gasperini che ha portato l’Atalanta a farsi apprezzare in campo internazionale, in quella Champions che è un po’ l’ambizione di tutti. Tocca (anche) a lui, adesso, mettere i panni del leader, con quel 72 sulle spalle che racchiude la sua storia, sportiva e familiare. «Allo Slavia Praga avevo il 27. Il 2 è un numero caro a mio fratello, il 7 mi riporta a mia madre: li ho mixati, per ricordare il mio passato anche con la nazionale ceca. Perché sì, se proprio devo pensare ad un sogno da rincorrere c’è questo: ricostruire per vincere un Mondiale».
Barak, contro l’Atalanta, ha messo il sigillo sul suo secondo gol italiano, con la maglia dell’Udinese. È pronto a riavvolgere il nastro?
«Sì. Stiamo lavorando proprio su questo, sulle soluzioni possibili per segnare di più. Dobbiamo andare con più giocatori dentro l’area, creare confusione senza dare punti di riferimento e trovare il modo di essere più pericolosi, a prescindere dall’avversario».
Di fronte ci sarà Gasperini, da sempre sinonimo di calcio propositivo.
«È un allenatore molto bravo, di quelli che ha alzato il livello tecnico della squadra che allena, con risultati consolidati nel tempo. Quando si sono affacciati sul palcoscenico del calcio che conta, in Champions League, tutti si sono soffermati a guardare il gioco di questa squadra, restandone affascinati. Hanno messo in vetrina un gioco interessante, finendo col conquistare anche i più scettici. Sì, il gioco di Gasperini è bello da vedere, ma anche il nostro».
Dopo aver costretto il Napoli al pareggio e al digiuno di gol, e aver comunque rimontato lo svantaggio contro la Juventus, sono maturi i tempi per il primo successo contro una big?
«È il nostro obiettivo. Dobbiamo continuare su questa strada, mettendo in piedi prestazioni di livello per sommare più punti possibili, anche perché il mancato successo contro i bianconeri non l’ho ancora digerito. Abbiamo incontrato una Juventus ben al di sotto dei suoi standard e avremmo dovuto approfittarne. Se vogliamo guardare avanti con fiducia e provare a raggiungere i nostri obiettivi c’è da cominciare a vincere queste partite».
Nei prossimi 40 giorni si deciderà molto del vostro futuro: siete pronti per questa corsa ad ostacoli?
«Dobbiamo essere pronti. Questa sosta è arrivata al momento giusto. Abbiamo recuperato quei giocatori che si erano fermati e tutto ciò ci aiuta. Adesso dobbiamo schiacciare il piede sull’acceleratore per arrivare il più in alto possibile in campionato. E poi bisogna riprendere ritmo in Conference League tornando a vincere intanto contro l’Hearts, in casa e fuori. Sarà questa la discriminante per proseguire il nostro cammino in campo internazionale. Vogliamo guadagnare terreno in vista di gennaio, quando torneremo in apnea fino al termine della stagione. Servono punti adesso, perché dopo è più complicato».
Quanta fame ha la Fiorentina?
«Tanta. In questa squadra sono pochi i giocatori che hanno vinto qualcosa di importante o che si sono misurati contro avversari di spessore come quelli che si incrociano in Champions: ecco perché abbiamo fame. Vogliamo arrivare a giocare queste competizioni e faremo di tutto per sfruttare questo momento, per surfare l’onda di un club che sta crescendo. Questo clima positivo che respiriamo ogni giorno deve essere il nostro punto di partenza per volare più in alto possibile».
Sognare di portare al nuovo centro sportivo la Conference League è troppo ambizioso? «Ci sono ancora tante partite: dobbiamo solo pensare a vincere in Scozia e a recuperare i punti persi». Il suo gol al Riga è da considerarsi una gioia soffocata per metà?
«È stato un momento bellissimo, anche se avrebbe potuto essere perfetto. In Europa niente è scontato: gli avversari sono preparati, hanno giocatori di qualità e la corsa verso gli ottavi, o anche i sedicesimi, non è da sottovalutare».
Col Verona, l’abbiamo vista in una posizione inedita per la Fiorentina, con due mediani dietro e lei in una veste quasi da trequartista. Come si è trovato?
«Con Italiano abbiamo parlato dieci minuti prima di scendere in campo per il riscaldamento. Mi ha detto che avrebbe voluto giocarsi questa carta perché consapevole della loro filosofia di gioco incentrata sull’uno contro uno. Sapeva che così facendo avrebbe messo fuori causa la trequarti gialloblù: è stata una scelta saggia, che ha portato tre punti. Io mi sono messo a disposizione, mi sono trovato bene, anche perché il tecnico mi dà sempre molta libertà, nell’abbassarmi per dare un sostegno al gruppo in fase di non possesso e nel giocare in maniera propositiva».
Grazie a questa sua versatilità, si sente un po’il jolly del centrocampo viola?
«Sì, è vero: metto l’abito che serve a seconda dell’occasione (ride, ndr) . Mi sistemo lì dove so che serve il mio contributo, che sia sulla trequarti, da mezzala o anche in un centrocampo a due. Riesco ad interpretare più posizioni e questo sicuramente gioca a vantaggio mio e della squadra. La Fiorentina, in questo reparto, può scegliere a seconda delle circostanze: abbiamo tutti caratteristiche diverse, complementari».
Chi è Amrabat?
«L’ho conosciuto per la prima volta a Verona. Mi colpì subito la sua fisicità. Quando ci siamo ritrovati, di nuovo nello stesso spogliatoio, si è messo a disposizione per aiutarmi nell’inserimento. È un professionista esemplare: qui è cresciuto, diventando un punto di riferimento molto importante per la squadra».
Tra le sue conoscenze pregresse c’è pure quella di Mandragora.
«Abbiamo giocato insieme a Udine, ma quella, per lui, fu una stagione complicata per gli infortuni. I dettagli fanno la differenza e Rolando lo sa bene: sta attento all’alimentazione così come alle ore di sonno, determinanti per il recupero. Lo vedo lavorare al massimo: così facendo, i risultati arriveranno per forza».
Bonaventura è sinonimo di esperienza?
«Jack è un signore del calcio. Ha qualità da vendere. Non si gioca a lungo nel Milan per caso. Non serve aggiungere altro».
È pronto anche a battere i rigori?
«Sì. Lo ero anche in Nazionale, lì però era stata fatta un’altra scelta tecnica. Mi sono un po’arrabbiato, ma fa parte del gioco. Piuttosto, mi è dispiaciuto per il compagno (Soucek, ndr) che non è riuscito a segnare. Io, però, sono pronto: ho fiducia in me stesso».
Lei ha conosciuto subito il presidente Commisso: cosa l’ha colpita di lui?
«La sua passione, la voglia di conoscere i giocatori, di parlare con ciascuno di noi, di vedere gli allenamenti per capire come si prepara la squadra ad ogni appuntamento. Per i calciatori questo è un particolare che conta, ovvero vedere che il massimo rappresentante del club ha tanta voglia di migliorare tutto. Personalmente, è un ulteriore stimolo, sento ancora più responsabilità nei confronti della maglia che vesto, oltre ad avere una voglia irrefrenabile di dimostrare il mio valore».
Presto, tutta la Fiorentina, dai ragazzi alle donne, avrà la sua nuova "casa", il Viola Park. Che effetto le fa nel vederlo quasi ultimato?
«È una bellissima cosa, non solo per questa società, ma per il movimento del calcio italiano. È un passo in avanti. E poi permettetemi di dire il mio punto di vista, da atleta. Quando ti trovi a cambiare realtà guardi anche questi dettagli, perché la dicono lunga sulle ambizioni del club. Sono troppo contento».
Questa Fiorentina è già una squadra bella e con l’anima?
«È il nostro obiettivo, vogliamo diventarlo. Dobbiamo crescere perché senza questo fuoco dentro, senza la giusta cattiveria agonistica non si va da nessuna parte».
Parliamo di attaccanti: Cabral-Jovic-Kouame. Perché Firenze deve stare tranquilla?
«Perché ognuno ha uno stile di gioco e caratteristiche diverse e questo per noi è un vantaggio, potendo sfruttare le qualità di ciascuno al momento giusto. Luka (Jovic, ndr) è arrivato dal Real Madrid: gli manca un po’di ritmo, ma sono convinto che presto scoccherà il suo momento. Diventerà sempre più importante per la squadra. Quando tocca il pallone lo fa nel modo giusto, sa essere pericoloso in ogni modo, col destro, col sinistro e di testa. Kouame attacca la profondità, ha tanta forza: punta i difensori. Cabral è una via di mezzo tra Christian e Luka. Sono convinto che tutti e tresapranno mostrare la miglior versione di se stessi».
Questa Fiorentina può sorprendere?
«Sì. Il lavoro che stiamo portando avanti è giusto: io mi diverto tantissimo in allenamento e questo è quello che conta, il gioco mi piace e spero che la stessa sensazione possa arrivare alla gente. Bastano pochi correttivi e ci stiamo concentrando in tale direzione».
Cosa l’ha colpita della città di Firenze?
«Tutto, in particolare la gente, la tifoseria e la passione per il calcio che si respira in ogni angolo. Sono arrivato in una città bellissima, un condensato di storia a cielo aperto».
Al Mondiale lei per chi tiferà?
«Ho troppi amici che andranno a giocarselo, non tiferò per nessuno. Ma credo che, pur avendo grandissimo rispetto per Argentina e Brasile, corazzate che possono contare su individualità straordinarie, le squadre europee siano una spanna più avanti».
Qual è il suo sogno sportivo?
«A proposito di Mondiale, io sogno di giocarlo e vincerlo con la mia Nazionale, la Repubblica Ceca. Non è impossibile. Difficile, però, sì, decisamente».
Antonin Barak ha voglia di guardare in alto, di gettare il guanto di sfida. Prima di tutto con la Fiorentina: perché qui gli ingredienti per fare la storia, ripete, ci sono tutti.
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