Gioco
Jovic e il sogno di fare grande la Viola: «Voglio una stagione con almeno 30 gol»
Il giocatore si presenta e sceglie il numero 7: «Vlahovic mi ha parlato bene di Firenze»
FIRENZE. Noi e mai io. Squadra e mai singolo. Con un’unica concessione: «Il mio obiettivo è fare almeno trenta gol». Dare e mai chiedere. Luka Jovic si presenta così: con la prima persona plurale per esprimere i concetti che voleva trasmettere, con le esigenze del gruppo sempre avanti a tutto, con il senso del collettivo nelle azioni da compiere in campo e fuori dal campo. «Per me – dice nella presentazione a Moena – è un piacere vestire la maglia viola. Sono stati molti i calciatori balcanici alla Fiorentina dove poi hanno avuto un ruolo importante, e questo è stato già una spinta a venire qui; inoltre, ho trovato alcuni miei connazionali che mi stanno aiutando nell’inserimento. Sono pronto al 100 per cento a soddisfare le richieste di Italiano e spero di ripagare le aspettative».
Musica per le orecchie di un allenatore e a Vincenzo Italiano le parole del centravanti ex Real Madrid saranno sembrate una melodia, anche se la lingua serba (ovviamente la conferenza stampa l’ha fatta così, poi tradotta da un’interprete molto preparata anche calcisticamente) non ha proprio suoni dolcissimi al nostro orecchio. Prima, però, la foto di rito con Joe Barone («Luka – le parole del dg viola – ha scelto Firenze per rimettersi in gioco e siamo felici di averlo con noi fin dal primo giorno di ritiro: è un giocatore importante e gli auguro un grandissimo futuro alla Fiorentina. E consentitemi di ringraziare Piatek per la serietà») e altrettanto rituale stretta di mano mostrando la maglia a favore di fotografi.
«Ho scelto il numero 7 perché non ce n’erano altri disponibili che mi piacevano: mai avuto finora, speriamo mi porti fortuna. Mi ispiro a Cristiano Ronaldo, forse il più grande di tutti i tempi». Venti minuti di presentazione canonica nel ritiro di Moena, ma ci avevano già pensato i quattro gol nell’amichevole contro il Real Vicenza a dire chi è Luka Jovic: e i gol non sono mai superflui. Nemmeno quelli in un’amichevole del 13 luglio: Jovic sulla carta d’identità ha scritto “professione attaccante”.
«Quanti gol segnerò? Quanti saranno non lo so, ma l’unica cosa che conta è che contribuiscano a raggiungere gli obiettivi. E il modulo non sarà mai un problema: è vero che ho sempre avuto un compagno di reparto in attacco, ma a Francoforte ho giocato spesso da solo là davanti, a Madrid idem. Non vorrei essere ripetitivo, ma a me interessa aiutare la squadra e basta. Il modulo lo decide l’allenatore». Ma poi a SkySport si lascia andare: «Obiettivo: almeno 30 gol».
Dire che lo manda Vlahovic è un tantino esagerato e non consigliato, ma di sicuro chi c’era prima di lui in questa città e in questo club gli ha parlato bene di questa città e di questo club. Il fatto che siano in competizione per un posto da titolare ai prossimi Mondiali aggiunge sapore: e i tifosi viola sanno già da che parte stare. «Non ci siamo sentiti dopo la firma, però ci siamo frequentati in Nazionale e Dusan mi ha sempre raccontato ottime cose di città, tifosi, dirigenza e allenatori, e anche questo ha agevolato la mia scelta. Vlahovic ha fatto benissimo in Italia, segnando tantissimi gol, io cercherò di fare altrettanto: in Nazionale siamo compagni di squadra, qui avversari e vedremo come andrà».
Poche parole, ma grande personalità. Non ci voleva molto a capirlo, ma sempre la succitata amichevole contro il Real Vicenza è diventata subito la riprova che toglie ogni dubbio: procuratosi il rigore, Jovic ha preso il pallone ed è andato sul dischetto. Obiezioni? Nessuna. «Ho chiesto io di batterlo. I rigori sono importanti per gli attaccanti e specie per me, se ci sarà la possibilità di tirarli in futuro me ne assumerò volentieri la responsabilità. Intanto, penso a raggiungere la condizione migliore: mi sono allenato in vacanza e sono arrivato qua abbastanza in forma. Ho solo un piccolo fastidio al polpaccio». Nemmeno la domanda legittima sul possibile dualismo con Cabral lo smuove. «Cabral è una persona stupenda e un ottimo giocatore: avrà occasione di fare bene come a Basilea. La concorrenza c’è, sana, ed è un incentivo per tutti. Spero che entrambi faremo una bella stagione, mi farebbe piacere per me e per lui: gli obiettivi si raggiungono come squadra». Jovic è così, semplice e stringato. Che non vuol dire banale. E persino sorprendente. «Non ho parlato con Ancelotti dopo aver lasciato il Real, ma è uno dei più grandi di tutti i tempi e per me è stato un onore averlo come allenatore». Quindici presenze per appena 357’ minuti giocati nell’ultima stagione potevano far pensare il contrario, ma il centravanti serbo è di una pasta speciale.
«Ho sempre guardato e seguito la Serie A fin da quando ero bambino e so che ci sono stati alcuni cambiamenti negli anni: il calcio è più offensivo e conto di dare il mio contributo. Non solo in Serie A, dove presto scoprirò le differenze con la Liga, ma anche in Conference League che per me è nuova: mi porto dietro l’esperienza in Champions a Madrid e in Europa League con l’Eintracht, l’obiettivo mio e dei miei compagni è di andare avanti in tutte le competizioni. Abbiamo le qualità per riuscirci».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
