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Dormiva nell’auto di papà: ora Jovic si è preso Firenze

Francesca Bandinelli
Dormiva nell’auto di papà: ora Jovic si è preso Firenze

Sul petto ha l’immagine del Cristo, simbolo di un patto definitivo. Custodisce gli scarpini del gol al debutto: è cominciato tutto da lì

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FIRENZE. Fin da subito, in lui è stato intravisto il talento. Talmente tanto che pur di far arrivare il piccolo Luka Jovic ad allenarsi in Serbia, dai sobborghi di Bijalina, in Bosnia, veniva concesso un rimborso spese a papà Milan per accompagnarlo avanti e indietro. Insieme, percorrevano duecento chilometri ogni giorno, intervallati da qualche dormita notturna direttamente sui sedili. I segni, ha raccontato più volte il padre, si sono visti a lungo, ma a passione e cuore non si comanda. E comunque ne è valsa la pena. Fin da subito, Jovic ha messo il cuore nelle scarpe, restando concentrato solo sul lavoro, il suo credo insieme alla fede. «Dio mi ha dato questo talento - ha detto in una intervista di qualche anno fa -. Anche il fiuto per il gol è un dono divino: io l’ho sempre avuto». Non a caso sul suo petto spicca il tatuaggio di un Cristo, simbolo di un legame intimo e definitivo.
Con questa determinazione, è sceso in campo l’altro giorno in amichevole. Pronti via e subito un poker di reti, diverse una dall’altra, capace ciascuna di solleticare la fantasia di una città intera. Agisce d’istinto, ripete ogni volta, e d’istinto Firenze è pronta a scommettere su di lui come nuovo killer dell’area di rigore.
Se n’erano accorti subito pure quelli della Stella Rossa, il club che lo ha tesserato a Belgrado (ecco la prima grande differenza con Vlahovic, cresciuto invece nel Partizan), ancor prima del suo debutto in prima squadra. Era il 28 maggio del 2014, di fronte c’era il Vojvodina Novi Sad: subentrò e trovò subito la rete, costruendo il miglior preambolo della sua storia sportiva. Quella data l’ha fatta incidere pure sugli scarpini indossati quel giorno: non è da tutti diventare il marcatore più giovane della storia di un club fondato nel 1945.
In pochi giorni sembra già essersi scrollato di dosso il peso di quella valutazione monstre con cui il Real Madrid lo ha strappato all’Eintracht Francoforte, 60 milioni di euro. Papà Milan, da sempre al suo fianco, lo aveva detto giusto prima del loro arrivo in Italia che la maglia viola avrebbe permesso al figlio di dimostrare il suo vero valore, e di scrollarsi di dosso le tossine per un rapporto, con la Spagna, iniziato da subito in salita. Un po’ per la fuga non autorizzata per raggiungere la compagna a Belgrado durante il lockdown, un po’ per i pochissimi gol realizzati coi “blancos” (3 in 51 partite), la scintilla dell’amore lì non è mai scoccata.
L’esatto contrario di quanto accaduto a Firenze, dove tutti aspettano solo di poter scandire a gran voce il suo nome per festeggiare intanto il primo gol. I viola non hanno avuto dubbi e pure Vincenzo Italiano sa bene il potenziale che adesso si ritrova in squadra. Toccherà a Luka trovare la giusta condizione, rimettersi al centro di tutto, trasformandosi nell’ombelico dell’attacco viola, e stavolta non intende sbagliare niente. Questa è la grande occasione: deve solo capitalizzarla. Per la Fiorentina, che dopo un’assenza di sei anni punta ad essere nuovamente protagonista in Europa, e un po’ anche per se stesso, per mettere in un angolo tutte le ombre che lo hanno avvolto nella penisola iberica, al Benfica prima e poi al Real. Ha due anni di tempo (che possono diventare tre con l’opzione a favore dei viola) per accendere Firenze e trasformarsi nel centravanti da doppia cifra. Solo a quel punto, il cerchio si sarà chiuso davvero e avrà anche lui, nonostante la giovane età (ha 23 anni) qualcosa in più da poter raccontare ai due figli, le uniche parentesi diverse dal pallone sui suoi profili social.
Fa già parte della colonna della Nazionale maggiore serba - qui rincorre il decimo gol: è fermo a quota 9 in 26 gare - e il sogno Mondiale è uno dei prossimi step da provare a rincorrere. Non sarà facile superare la concorrenza, mettersi alle spalle pure quel Dusan Vlahovic di cui raccoglierà inevitabilmente l’eredità, ma sono proprio le sfide a permettergli di dare il massimo di sé. Su questo non ci sono dubbi, insieme all’istinto del gol, da vero killer d’area. 
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