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Infrastrutture e mobilità

Firenze, Ponte al Pino chiude 4 mesi: un’estate di traffico in apnea – Il cantiere e le date

di Mario Neri

	Un rendering che simula l’operazione di smontaggio
Un rendering che simula l’operazione di smontaggio

Dal 25 maggio entra nel vivo il cantiere per sostituirlo e il ponte resterà off limits per le auto fino al 14 settembre. Giorgio: «Impattante, massimo impegno per limitare i disagi»

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FIRENZE. C’è un momento, durante le giornate fiorentine, a cui ormai siamo tutti abituati; quello in cui il traffico non scorre più ma pulsa. Si ferma, riparte, si gonfia come un’arteria sotto sforzo. Chi abbia un’auto e abbia la sventurata abitudine di utilizzarla, prima o poi affronta questo nirvana. Ecco, dal 25 maggio quel momento durerà quasi quattro mesi: il Ponte al Pino chiude alle auto fino al 14 settembre e la città entra in una nuova stagione, quella del tetris viario.

Il cantiere entra nella fase più dura, la terza, quella in cui si fa sul serio: via l’impalcato ottocentesco, dentro il ponte nuovo. Rfi prenderà il vecchio cavalcaferrovia – quello a tre corsie, due per le auto e una per i bus – e lo smonterà pezzo dopo pezzo. Poi, tra fine luglio e agosto, lo sostituirà con una struttura in acciaio-calcestruzzo da 32 metri per 16, 550 tonnellate di peso. Per muoverla servirà una gru da 1.600 tonnellate, «una delle poche al mondo», spiegano da Rfi, in arrivo dagli Stati Uniti via La Spezia e poi su strada con trasporto eccezionale.

La scena è già scritta: una macchina gigantesca sopra i tetti di Campo di Marte, il ponte che si solleva come un coperchio e Firenze sotto, a guardare e a ingoiare il traffico. Per chi guida, però, il film è meno spettacolare. Prepariamoci ad una prova di resistenza. Dal 25 maggio il passaggio resta consentito solo a piedi, attraverso la passerella montata a gennaio. Per tutto il resto bisogna girare largo, la città si spezza in due. Le alternative sono due: il cavalcavia delle Cure (auguri) e quello dell’Affrico. È lì che si riverserà il traffico, ed è lì che si misurerà la tenuta del sistema. Andrea Giorgio, assessore alla mobilità, avvisa: «L’intervento è necessario ma molto impattante». Tradotto: servirà pazienza. Il Comune prepara il piano: semafori sincronizzati per “fluidificare”, segnaletica per deviare i flussi prima che arrivino al tappo, pattuglie della Municipale nei punti critici, la control room della smart city pronta a ritoccare i tempi dei rossi e dei verdi in diretta. E poi il trasporto pubblico, da «preservare», con un piano dedicato finanziato anche da Rfi. Una regia complessa, quasi un esercizio di ingegneria urbana. Ma anche, inevitabilmente, un test sociale. Perché Firenze, già attraversata dai cantieri della tramvia, rischia l’effetto domino: code che si accendono e si propagano, viali che si saturano, quartieri che si riempiono di traffico di attraversamento. Campo di Marte e le Cure sono il fronte avanzato, ma l’onda può arrivare lontano. Le operazioni più delicate saranno concentrate in due finestre. Dal 5 al 10 luglio lo “svaro” del vecchio ponte: rimozione completa, con interruzione anche del traffico ferroviario per circa 100 ore. Poi, dal 26 al 30 luglio, il varo del nuovo, altre 84 ore di stop. In quei giorni si fermerà anche il passaggio pedonale. Il resto del tempo, almeno, si cammina. Il cronoprogramma è serrato e già sotto osservazione. Rispettare le tappe non è solo una questione tecnica: è una sfida politica. Perché il ponte è diventato qualcosa di più di un’infrastruttura. È il simbolo di una città che si trasforma e insieme si inceppa. E al centro c’è lui, Giorgio, il “maresciallo” del traffico, come lo chiamano con ironia gli automobilisti: una specie di demiurgo della mobilità, chiamato a tenere insieme cantieri, flussi e nervi. Ha superato, tutto sommato, l’estate 2025, con l’imbuto dell’Indiano e il tappo sulla Bolognese. Quella 2026 rischia di diventare però un tormento più che un tormentone.

Fin qui il percorso è stato a tappe. Gennaio: la passerella pedonale e le 24 ore che hanno diviso l’Italia ferroviaria in due. Febbraio e marzo: il rinforzo delle spalle con i micropali e le prime strettoie. Ora il salto vero. Poi, a ottobre, l’ultima notte: via la passerella, ponte nuovo definitivo. Il flusso nel corpaccione di Firenze tornerà a fluire (quasi)normalmente.

Alla fine resterà un’infrastruttura più sicura, senza limiti di carico e con una pista ciclopedonale. E una piazza Vasari da ridisegnare, con un pezzo del vecchio ponte salvato come memoria della Resistenza. Nel mezzo, però, c’è l’estate, appunto. Quella degli ingorghi, delle deviazioni, delle traiettorie improbabili. Girare in auto in città diventerà una gimcana, un esercizio di autocontrollo più che di guida. E ogni mattina, davanti al volante, ognuno farà il suo piccolo calcolo: da dove passo oggi per evitare il Ponte che non c’è più?

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